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Una volta era un blog, ora è diventato un libricino

Avanti pop

Oggi Nichi Vendola ha presentato il suo nuovo partito. Il logo somiglia terribilmente a quello di un network radiofonico nazionale.  Solo un caso?

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Facciamo un gioco: proviamo a riportare indietro la lancetta della politica di cinque anni. Il Pd di Veltroni non esiste ancora. C’è l’Ulivo, con gli ex Pci e gli ex Dc di Ds e Margherita impegnati in un difficile percorso unitario. Rifondazione comunista è un partito forte, presente in molte giunte locali. Al governo nazionale ‐ come oggi – Silvio Berlusconi. Firenze e Napoli sono due roccaforti, inespugnabili, del centrosinistra. Domenici e Jervolino due sindaci che hanno un ruolo di primo piano nei rispettivi partiti. Stimati, forse più a livello nazionale che da napoletani e fiorentini. Eppure già allora si intravedeva un destino comune per le due città e per i loro primi cittadini. Continua a leggere

Io non so quanto siano attendibili le minacce di morte a Roberto Saviano. Non sta a me saperlo. Io so solo che sono allergico alla retorica. So solo che se uno scrittore, giovane, coraggioso, dovesse veramente essere vittima di un attentato, le colpe ricadrebbero su chi in questi anni ne ha fatto un eroe. Per nascondere le proprie negligenze e la propria incapacità ad affrontare l’attacco (anche culturale) lanciato dalla criminalità organizzata. Ho l’impressione che Saviano serva soprattutto alla classe dirigente campana per lavarsi la coscienza: “Tanto c’è lui”. Basta un attestato di solidarietà un mese sì e l’altro pure per dare l’impressione all’opinione pubblica che una risposta allo strapotere dei clan ci sia. No, non funziona così. Mentre tutt’Italia – dieci anni fa, o giù di lì – applaudiva il rinascimento napoletano, fatto di piazze simbolo liberate dalle auto, Scampia diventava il crocevia internazionale del traffico di droga. Tutti sapevano, ma non si poteva dire: “Non disturbare il manovratore”. Ma allora qualcuno ci provò lo stesso (basta andare a scorrere le collezioni dei quotidiani locali di quegli anni). Oggi un romanzo che, in buona parte, raccoglie vicende già raccontate da articoli di giornale e da atti giudiziari, diventa un caso. Non solo editoriale (magari fosse solo questo), ma mediatico, politico. No, c’è qualcosa che non funziona. C’è un corto circuito insopportabile. Che danneggia non solo la società meridionale, ma anche lo stesso Saviano. Purtroppo. A sostegno di questo mio sfogo notturno, metto qui sotto un articolo pubblicato ieri sul Roma, quotidiano napoletano.

di ANDREA MANZI (dal Roma)

Dispiace che Roberto Saviano tolga le tende e vada un po’ all’estero per rientrare nella sua età e gustarsi amori e birre che anche un ventottenne cresciuto troppo in fretta merita. La vita pericolosa da lui affrontata con spirito di “servizio” ci avrebbe fatto prevedere sviluppi diversi, pur in presenza del rischio di un attentato peraltro vago, frettolosamente amplificato ed ora finanche smentito.
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Pane e zucchero

C’era un paese, con le strade di vulcano e le case di pietra non ancora distrutte dal terremoto. C’era il profumo del pane caldo; ne tagliavi una fetta, lo condivi con un po’ d’olio e una spolverata di zucchero: “Così cresci più forte”. C’era un asinello e quando ci salivo su per andare in campagna mi sembrava d’essere un cavaliere di re Artù. C’era il calore della raccolta delle nocciole e quei sacchi cuciti con lo spago marrone che invadevano spazi e polmoni. C’erano l’alba per le conserve di pomodoro, le zeppole di San Giuseppe, il torrone di San Clemente, il migliaccio di Carnevale, lo spaghetto con le vongole di Natale: “Ad Antonio piacciono più piccanti”. C’erano i silenzi e i sorrisi, l’umiltà e la timidezza, la generosità in qualsiasi tipo di lavoro e la capacità di non essere mai invadente. Neanche quando il ruolo lo richiedeva. C’era la saggezza di un tempo piccolo. C’eri tu. Continuerai ad esserci. In ciò che mi hai insegnato, senza la pretesa di insegnare. Come solo i veri maestri di vita sanno fare. Con pane e zucchero: “Così cresci più forte”.

Ferie di settembre

Quindici giorni bastano a tirare il fiato dopo quasi sette mesi ininterrotti di (duro) lavoro? Forse sì, forse no. Comunque, danno l’opportunità almeno di fermarsi e riuscire a pensare alle cose che fuggono via nel tran tran quotidiano. E allora metto qui un po’ di riflessioni maturate in questi giorni:

- Quando programmi un viaggio in una città che sogni di visitare da tempo, alla fine è meglio che lo fai. Anche da solo, se la persona che aveva accettato di venire con te ti tira il bidone.
- La costiera amalfitana di metà settembre – e senza la marmaglia agostana – è ancora più bella (e le delizie al limone sono sempre più buone).
- Lasciarsi sorprendere da un incontro è come scoprire una nuova parte di sé.
- Non si finisce mai di imparare (ma anche di sbagliare).
- Lo stress decide di venire a galla (sotto forma di febbre e strani disturbi) sempre nei momenti in cui abbassi la guardia: perciò è meglio non distrarsi o almeno far finta di non farlo.
- Gli odori di settembre invadono l’anima, danno un senso di lievità.
- Un giorno perfetto di Ozpetek è un film troppo triste, Kung Fu Panda invece quello più divertente degli ultimi anni.
- La solitudine dei numeri primi è un bel libro, scritto bene: fila via liscio in modo piacevole. Ma la storia è  costruita in modo così sapiente da sembrare davvero artificiale.
- Ho ritrovato il gusto di cucinare. Speriamo di non perderlo entro una settimana.

C’è sempre una sorpresa (a volte piacevole a volte meno) in un computer (o in un telefonino) che non utilizzi da tempo. Il tasto “on” non viene pigiato da un po’ per una qualsiasi ragione (perché l’aggeggio è in una casa dove oramai vai solo qualche giorno l’anno; perché è vecchio e l’hai voluto sostituire; perché non hai resistito al richiamo e hai comprato un modello all’ultimo grido tecnologico) e quando accade, puff, si (ri)materializzano le parole. Quelle congelate lì, in qualche polveroso microchip. Chat di qualche mese prima, frasi appuntate per ricordare qualcosa, un accenno di racconto che non finirai mai, una catena di sms. Stati d’animo che, come scolari alla fine del quadrimestre, si mettono in fila davanti alla scrivania per essere interrogati. Tu chi sei? Ah, già, ricordo: tu sei l’ansia di mettere insieme i cocci e le paure di un sogno svanito in un soffio di maestrale. E tu? Già, tu sei la rabbia per un urlo soffocato in gola. Tu, invece, la sorpresa per attenzioni non richieste e proprio per questo luminose, ma troppo veloci. E tu? Tu? Tu? Tu? Poi ti fermi e pensi alle date di quegli spicchi di vita fissati su un pezzo di silicio. A quello che sentivi allora e all’effetto che ti fanno oggi. E ti viene da sorridere. Perché sono solo parole che giocano con il tempo. Si rincorrono, si acchiappano, si abbracciano, scappano di nuovo. Ma il loro significato, nel frattempo, è già cambiato cento volte. Insieme a chi le ha scritte, lette, rilette, ascoltate, ricevute, pensate. C’è sempre una sorpresa nel riaccendere un computer (o un telefonino) che non utilizzi da tempo. E’ la magia del tasto “on”.

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