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Passato digitale

Un mio pezzo uscito il 16 dicembre 2011 scorso sul Corriere Fiorentino

Ok, il decoder funziona, i canali sono a posto, il segnale è perfetto.  E ora?  Da dove si comincia?  Certo, se ad accoglierti nel mare magnum della televisione digitale c’è un capellone biondo platino (con baffi dello stesso colore e giacca a quadroni rossi e verdi che neanche Cristiano Malgioglio oserebbe tanto) la tentazione di spengere e andare a fare un giro ai giardini è forte.  Lui si sgola per vendere quattro paia di scarpe al costo di tre, ma un tasto di telecomando più un là, c’è il maggiore dei «fratelli ortodonzia» che, in camice bianco, mostra filmati rivoltanti con pezzi di ferro inseriti nelle gengive: «Il sorriso è tutto nella vita», dice.  Sì, ma a volte è molto meglio rimanere a bocca chiusa.
Comunque, si sa, la pubblicità è l’anima (e la benzina) delle televisioni.  Specie per quelle locali, quelle nate venti-trenta anni fa in capannoni di periferia e che per il grande salto nello switch off hanno dovuto comprare apparecchiature nuove, rivoluzionare palinsesti, stringere alleanze strategiche e conquistare un numerino sul telecomando quanto più vicino alle reti nazionali.  Vuoi il programma di attualità in prima serata con in studio i consiglieri regionali, il sindaco o il governatore?  E allora devi rassegnarti al venditore di numeri al lotto che ti consiglia di giocare 8-12-47 sognati — testuali parole — dopo aver mangiato una peperonata.  Vuoi i telegiornali locali a mezzogiorno e a sera, la trasmissione sulla Fiorentina o sul Siena, la rassegna stampa dei quotidiani regionali, il varietà con i comici toscani, la rete all news che parla anche delle buche nella strada dove abiti?  Devi sopportare la biondona americana (doppiata in italiano da una voce stile Ok il prezzo è giusto) che magnifica le doti delle pillole per far calare il grasso in sette giorni, il video del motorino elettrico per i nonnini acciaccati che non vogliono rinunciare al tressette alla casa del popolo, il cuoco pelato che taglia i cetrioli con un super coltello in acciaio indistruttibile, i proprietari dei grandi magazzini in provincia di Pisa che scimmiottano Pieraccioni e Ceccherini tra uno stock di pullover e un’offerta speciale sui jeans.
È questa la rivoluzione digitale che ci hanno promesso per mesi?  Perché, almeno a giudicare dai primi giorni, la nuova tv è (quasi) identica alla vecchia, quella con le formichine sullo schermo e le antenne a forma di radiglia.  Oddio, qualche novità c’è.  Ma è davvero poca cosa rispetto alle magnifiche e progressive sorti del piccolo schermo (piatto) descritte dai fautori della nuova era.  Interattività, possibilità di contenuti personalizzati, reti di servizio pubblico — per esempio — non se ne vedono, almeno per il momento.  E allora bisogna accontentarsi dei duecento canali (a occhio e croce) che propongono un minestrone di trasmissioni — il più delle volte pescate dagli archivi italiani e stranieri — talmente ricco da far perdere l’appetito.  L’impressione è, infatti, che l’attenzione sia rivolta più al passato che al futuro.  La Rai ha arricchito il suo pacchetto: Rai 4, Rai 5, Rai Movie, Rai Premium, Rai Storia — tanto per citare qualche canale — ma il massimo in cui ci si può imbattere sono le vecchie puntate di Desperate Housewives, Brothers & Sisters, Medicina Generale arrivi e partenze, le Avventure di Pinocchio con Nino Manfredi, le repliche del David Letterman Show, le Candid camera in bianco e nero di Nanni Loi e qualche vecchia esibizione dell’orchestra del Maggio musicale in piazza della Signoria.
Per non parlare di Mediaset, che tra Iris, la 5, Italia 2, Extra è tutto un revival (da La sai l’ultima di un Gerry Scotti con una dozzina di capelli in più, al film Er più, storia d’amore e di coltelli con Celentano e Claudia Mori, 1971, fino alla più recente fiction sul Mostro di Firenze).  E ancora: CanalOne che, tra un programma demenziale americano e l’altro (commentati dalla coppia di comici romani Lillo e Greg), ripropone maratone di telefilm cult degli anni Ottanta-Novanta (I Jefferson, I Robinson e Il mio amico Arnold).  Insomma, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età: una sorta di macchina del tempo televisivo, che se a primo acchito può risultare piacevole (è come sfogliare le foto ingiallite del liceo o del matrimonio) con il passare dei giorni ti dà l’impressione che l’aumento dei capelli bianchi sia strettamente legato alla frequenza dello zapping quotidiano.
Per fortuna, ad animare i palinsesti, ci sono lo sport (oltre ai due della Rai e ai tre di Sportitalia, c’è addirittura un canale, il 64, interamente dedicato al tennis, che alterna dirette a match storici), i cartoni animati (sei possibili scelte, con possibilità di passare dai Barbapapà alle Winx) e le trasmissioni di cucina.  Cuochi & fiamme, MasterChef Italia, Hell’s kitchen, I menu di Benedetta, Cucina con Ale, Top Chef: reality show, gare ai fornelli o semplici consigli per la cena e il pranzo, è tutto un rosolare, soffriggere, bollire davanti alle telecamere.  Ma almeno impari qualcosa.
Discorso a parte meritano i canali di informazione 24 ore su 24.  Tgcom24, partita da qualche settimana, è la risposta di Mediaset a Rai News 24: schema classico importato dagli Stati Uniti, ma per adesso niente altro di più.  Tant’è che gli approfondimenti sono soprattutto repliche di trasmissioni in onda su Canale 5.
Certo, se proprio piove, fa freddo e ai giardini neanche il cane ci vuole andare, puoi sempre fermarti su Canale Italia, alzare il volume e metterti a ballare Dancing Queen degli Abba insieme a una decina di settantenni che se li vedesse Monti gli ritirerebbe subito la pensione.  L’effetto è quello di una mega festa di paese: ma vuoi mettere l’odore dei brigidini davanti a uno schermo Led di 42 pollici?

Un mio pezzo uscito il 3 gennaio scorso sul Corriere Fiorentino e leggermente aggiornato

Osvaldo Soriano è morto giusto un anno prima che Santiago Martín Oliveira Silva (detto El Tanque) cominciasse la sua avventura da giramondo delle aree di rigore.  Probabilmente se lo scrittore argentino lo avesse visto giocare, avrebbe accarezzato il suo inseparabile gatto e si sarebbe appuntato il nome dell’attaccante uruguaiano sul taccuino.
E già, perché Santiago Silva il fisico (e la storia) da eroe mancato ce l’ha, eccome: sarà la pelata, quegli ottanta chili e più su un metro e ottantacinque di muscoli; saranno quegli occhioni scuri e malinconici; sarà quel modo di muoversi così macchinoso che neanche Horst Hrubesch nella finale dei campionati del mondo del 1982.  Sarà, ma El Tanque qui a Firenze proprio non ci vuole stare più.  L’odore dell’erba gelata del Franchi (quello di Siena), sentito dalla panchina, potrebbe essere, infatti, l’ultimo suo ricordo del campionato di serie A.  Dalle vacanze in Sudamerica non è ancora rientrato (ufficialmente per qualche linea di febbre) e non è detto che ci rientri.  Perché dall’Argentina — sua seconda patria — continuano ad arrivare dichiarazioni d’amore per lui che qui — nonostante la maglia numero 10 passata per le spalle di Baggio, Rui Costa, Antognoni, Mutu — lascerà solo illusioni e speranze, spente dopo la prima incespicata davanti alla porta degli avversari. «Per me — aveva detto a Repubblica, appena arrivato in Toscana — il calcio è divertimento.  Quando entro in campo mi trasformo, vedo la porta e ho fame».  Del suo istinto famelico, però, al Franchi (quello di Firenze) resta solo una traccia, veloce, forse già dimenticata: il gol, su rigore, lasciatogli da un generoso Jovetic, negli ultimi minuti della partita vinta contro la Roma.
Un po’ poco per un nomade del pallone (ha giocato nei tornei di Uruguay, Brasile, Portogallo, Argentina, Germania, Italia), che del gol ha fatto — parole sue — «una missione».  Via, da solo, valigie alla mano, da una parte all’altra del mondo, come un carro armato sempre a caccia di difese da abbattere (solo nel campionato argentino, dal 2006 al 2010, ha realizzato 83 reti).  Evidentemente l’Italia non gli porta bene: era già arrivato dieci anni fa a Verona, al Chievo, senza disputare nemmeno una partita ufficiale.  Poi il biglietto last minute per Firenze: una scommessa, persa.  Per lui e per la società di Della Valle.  El Tanque, infatti, entrerà di diritto nel libro delle meteore gigliate, insieme con il connazionale Diego Vicente Aguirre, allo spagnolo Javier Garcia Portillo, al brasiliano Keirrison de Souza Carneiro, tanto per citarne qualcuno.  E i tifosi lo ricorderanno più per la somiglianza con Massimo Mattei, assessore di Palazzo Vecchio ed ex calciante, che per le sue fugaci comparse in maglia viola.
Ma la vita del bomber solitario va avanti e per Santiago Silva c’è già pronta una maglia del Velez, la squadra che ha lasciato (in malo modo) l’estaste scorsa, o del Boca Juniors, che ha chiesto aiuto perfino alla Federazione di calcio argentina pur di averlo in maglia gialloblù (per fortuna in questo caso non potrà usare la maglia numero 10, che fu di Maradona).  Allora, adios, Tanque.  Magari ti ritroveremo più in là.  Nel racconto di qualche scrittore.

Un mio pezzo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Che Firenze avesse bisogno di una «spintona» (come scrive Elena Stancanelli nella sua chiacchierata con Renzi sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica) era chiaro a tutti. Soprattutto per riconquistare quel ruolo di capitale della cultura, dell’innovazione, della bellezza, per troppo tempo dimenticato (anche dagli stessi fiorentini).
Ma questa «spintona» non potrà risolversi solo nella pedonalizzazione di uno spicchio del centro (non l’ultimo, pare). Mettendo da parte le pur indispensabili discussioni su tempi (allungati, accorciati?) di percorrenza di taxi, auto, bici e moto, o sulle legittime richieste di chi risiede nelle zone super-proibite, è utile fermarsi a ragionare sul significato culturale dell’operazione. Tutti a piedi, ok: ma per andare dove? Il sindaco dice di immaginare una Firenze «pulita come Chicago, attenta ai dettagli come Shangai e libera come Berlino» . Se questi sono gli obiettivi, di strada da fare — con o senza auto— ce n’è davvero tanta.
Dopo due anni a Palazzo Vecchio, al di là degli annunci (in attesa di verifica) sul piano strutturale “volumi zero” e sulla «citta’ con giardini ovunque e liberata dallo smog» , Renzi non ha ancora chiarito fiorentini come si muoveranno (loro, ma soprattutto i loro figli) per andare al lavoro: con una capillare moderna rete tramviaria? Con un servizio di bus finalmente efficiente? Né ha spiegato dove andranno al lavoro: tanti uffici rimarranno nel centro pedonalizzato o si cercherà di spostarli fuori? E dove potranno le giovani coppie comprare casa? E se dovessero decidere di vivere in centro dove potranno fare la spesa senza il rischio di un crac nel bilancio familiare? E sarà possibile per i più giovani divertirsi senza cedere alle serate alcoliche? Sono solo alcune delle domande che vorrebbero come risposta un disegno organico della città che sarà. Per ora si è invece andati avanti a strappi.
Renzi ha concluso il colloquio con la scrittrice fiorentina annunciando un “ritorno dei giovani” a rivitalizzare il centro. Su questo si sbaglia: i giovani ci sono da tempo, spesso ci arrivano da fuori e non sono mai andati via. Vagano la notte tra un locale e l’altro, tra uno shottino e una birra al minimarket (l’articolo di David Allegranti sul Corriere Fiorentino di domenica scorsa era una fotografia ironica ed efficace della realtà). Non basta l’accoppiata Oblate-Murate per far intravedere a Firenze un futuro da Berlino. Serve, anche e soprattutto, più attenzione alle esigenze e alle proposte di chi la città (che non è solo quella dentro le mura) la vive e la vorrebbe cambiare. Giorno per giorno. La cacciata delle auto ha creato un altro vuoto, resta da capire come (e se) lo si riempirà.

Antonio Montanaro

Un pezzullino uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Non è un mistero che la tanto decantata «scuola di qualità», promessa dall’ennesima riforma, resti, per ora, nel libro dei sogni del ministro Gelmini. Basta avere un figlio, un nipote, un fratello che ogni mattina si siede in un banco o dietro una cattedra per rendersene conto. Aule mezze sgarrupate (con finestre che ti cadono addosso), computer (quando ci sono) già vecchi e obsoleti, palestre sistemate alla buona in qualche garage o addirittura condivise con la scuola più vicina.

Ma, secondo i sindacati fiorentini, ci sarebbe ancora un altro diritto che verrebbe negato ai poveri ragazzini di materne e elementari: quello alla pipì. E già: «A Firenze — dichiarano a Repubblica — esistono scuole dove i bagni sono chiusi a chiave al di fuori di orari prestabiliti, come la ricreazione o il cambio dell’ora, in cui gli alunni possono essere accompagnati tutti insieme da una persona». Insomma, questo l’assunto dei sindacalisti di Cgil, Cisl, Uil, Gilda e Cobas, per colpa dei tagli della Gelmini i vostri figli non potranno più fare la pipì quando gli scappa, ma solo in orari prestabiliti. Solo una provocazione? C’è da augurarselo. Perché se fosse davvero così i presidi (ma perché no, anche la Gelmini) rischierebbero di essere incriminati per sequestro di persona. Nessuno (ci siano uno o dieci bidelli a disposizione) può impedire, infatti, a un ragazzino di cinque anni di andare in bagno se gli scappa, è chiaro a tutti.

Non ai sindacati, però, che sulla scuola vanno avanti, ormai da anni, in una rituale campagna di demonizzazione.  Descrivere il ministro come il «diavolo» responsabile di tutte le disgrazie non porta a nulla. Anzi, allontana la possibilità di un confronto serio su ciò che funziona (ed è da valorizzare) e su ciò che non va nella riforma voluta dal governo Berlusconi. In che modo abitare la scuola è un tema importante, che investe la qualità, il comfort degli ambienti dove i nostri ragazzi studiano e crescono, le persone che ci lavorano (quante e come). Parliamo di questo e lasciamo in pace i bambini: la pipì non può avere turni. Soprattutto a scuola.

Antonio Montanaro

Riporto qui un mio articolo uscito sabato 2 aprile sul Corriere Fiorentino

Odio chi va in bici. Non tutti, solo quelli che lo fanno in città fuori dalle (ancora poche) piste ciclabili: pensano di poter andare dove gli pare, fregandosene di sensi unici, semafori, marciapiedi. Da bambino, quando mio nonno mi ha insegnato a salirci su senza rotelle, mi sono state date regole chiarissime: tieni la destra, segui i segnali stradali e stai attento alle auto. Saggezza di un tempo piccolo, che dovrebbe essere sempre applicata. Invece no: all’incrocio, nonostante il rosso, il cinquantenne ben vestito che si muove su un modello da almeno cinquecento euro, passa. Che importa se lo scooter deve inchiodare per non travolgerlo: lui ti guarda, freddo, dall’alto della sua coscienza ecologista e sembra dirti: “Io non inquino, grazie a me anche tuo figlio respira un microgrammo di smog in meno, quindi vai e non rompermi le balle”.

E no, così non vale. Non si può sacrificare il codice della strada sull’altare della lotta al Pm10. Non è giusto che automobilisti, motociclisti e perfino autisti di autobus siano sbeffeggiati in continuazione da un manipolo di ecomaniaci su due ruote, rischiando anche di schiantarsi contro un muro per non ammazzarli. Il sindaco Matteo Renzi fa notare, ogni volta che si parla di traffico e inquinamento, che quando può si muove in bici: beato lui, ma non si è mai accorto della mancanza di disciplina da parte di chi lo fa abitualmente in città? Catorci legati ovunque (perché le biciclette nuove entrano in casa, come un fedele animale domestico), allunghi in contromano o sui marciapiedi.

Ci arrabbiamo (e a ragione) perché migliaia di fiorentini non rispettano i limiti di velocità controllati dagli autovelox, andiamo nel panico quando le centraline segnalano che l’ozono non ci fa respirare, prendiamo le mascherine se da Fukushima arriva una spruzzatina di iodio 131 (per noi innocuo in piccolissime quantità) e poi permettiamo a chi usa i pedali per spostarsi di infrangere ogni tipo di regola. Alla base di una vera democrazia ci dovrebbe essere “l’ecologia del comportamento” (la scienza in questo caso c’entra poco): il rispetto cioè dell’ambiente condiviso da una comunità, compresi quindi segnali stradali e semafori. Certo, chi si muove in auto o in moto produce smog e in qualche modo inquina quell’ambiente. Ma provateci voi a raggiungere velocemente l’ufficio dalla periferia e da uno dei Comuni della provincia in bicicletta: alla fine i danni aumenterebbero. Per l’utilizzo doppio di docce o deodoranti.

Antonio Montanaro

Non sono un esperto d’arte, l’arte mi fa semplicemente – e la scelta di questo avverbio non è casuale – pensare, emozionare. Quando ho bisogno di rilassarmi, di riappacificarmi col fuoco della mia mente, mi metto a giocare con i colori su un foglio bianco. Ma non so nulla di tecnica dell’arte, solo qualche nozione arrivata oramai tanti anni fa, quando ancora sedevo in un banco di scuola. Davanti a un quadro, a un’opera d’arte, quindi, ho un solo metro di giudizio: mi emoziona, non mi emoziona. 

Io tra i colori (foto di Sara)

Oggi sono stato a Palazzo Strozzi a vedere la mostra Picasso, Mirò, Dalì. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità e, nonostante lo sforzo di mettere a confronto stili, percorsi, riferimenti culturali (scopo principe dell’esposizione ben curata da Eugenio Carmona e Christoph Vitali), sono rimasto impressionato più che altro dalle scosse emotive che i tre artisti spagnoli riescono a trasmettere. Colori, tratti, curve, espressioni, paesaggi, forme che dalla parete arrivano dritte dritte all’anima.

Non so chi ha influenzato chi nella produzione artistica dei tre. So che alla fine non ho potuto far altro che sedermi al tavolo pieno di pastelli alla fine del percorso e mettermi a disegnare. Dedicando quel guazzabuglio di emozioni colorate a chi, tra qualche mese, ce ne darà di nuove.

Federico Zampaglione al Puccini

Quando un concerto riesce te ne acccorgi dalla fine. Dalla voglia del pubblico di applaudirti ancora, nonostante le luci si siano accese e lì sul palco i tecnici non aspettano che un segnale per smontare tutto e ripartire. Certo, “Due destini” – con cui Federico Zampaglione (Tiromancino) ha chiuso lo spettacolo di martedì sera al Puccini – è una di quelle canzoni che entra di default nei lettori mp3 degli adolescenti come dei cinquantenni. Troppo facile creare entusiasmo con un finale così. E’ come Toto Cutugno quando canta “L’Italiano” a Little Italy. Invece no.

Le due ore e un quarto di (buona) musica – accompagnata dai video di Dario Albertini proiettati su un oblò che ricorda, in piccolo, quello di Pink Floyd del Momentary lapse of reasons tour – passano che è un piacere. Tra i pezzi del nuovo lavoro uscito a fine 2010 (“L’essenziale”), vecchi successi (“Imparare dal vento”;”Per me è importante”) che il pubblico canta a memoria e omaggi a Eric Clapton (“Running on Faith”) e Elton John (“Rocket man”). Zampaglione cambia chitarra in continuazione, e si esalta con assoli stile rock italiano anni Settanta. Insomma ritmo e parole d’amore (anche per l’amico che si è perso in “Vite di ordinaria follia”), riescono a creare la giusta atmosfera per una serata di sano e puro pop italiano. E chi l’ha detto che per risvegliare le emozioni bisogna per forza aspettare un professore a San Remo?

P.s. Questo è il primo concerto al quale ha assistito (dal pancione della mamma) il nostro fagiolino… La foto è di Sara

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