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Un mio articolo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

Lo lasceresti parlare per ore. Perché le storie di quel babbo che sulla sua inseparabile bici semina trionfi in mezza Europa e salva centinaia di vite durante la guerra, toccano direttamente le corde dell’emozione. E il suono che viene fuori è rasserenante, ma intenso. Come una sinfonia di Beethoven. Così appena si interrompe il flusso del racconto immagini Gino Bartali vestito da cavaliere, pronto a salire sul suo cavallo a due ruote per mettersi dalla parte dei più deboli.
Andrea Bartali oggi ha 71 anni e quando è nato Ginettaccio ne aveva 26. Ha raccolto in 212 pagine pagine ricordi, aneddoti, episodi noti e inediti. Vissuti in prima persona o ascoltati dalla viva voce del vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France. «Chi era Gino Bartali? Era, anzi, è il nostro campione e il mio papà». Due livelli (privato-pubblico) che si intrecciano e che rappresentano il leitmotiv della favola raccontata dal figlio del corridore di Ponte a Ema. Una favola scritta per una major di Hollywood che ha comprato i diritti per farne un film (la produzione sta già scegliendo gli attori): «Poi ho chiesto il permesso di poter utilizzare quel testo, riadattandolo per una pubblicazione da fare uscire in Italia e me lo hanno concesso».
Con noi Andrea fa una sorta di giro della memoria in quattro tappe (le stesse su cui si sviluppa il libro edito da Limina: prima della guerra; durante la guerra; dal dopoguerra fino alla morte di Coppi; gli ultimi anni) che inizia con l’immagine di Bartali seduto a tavola, nella sua casa fiorentina, davanti a un piatto di lesso: «Ne era ghiotto, ma non poteva mangiarlo spesso, soprattutto durante le corse perché privo di sostanze nutritive e così se lo faceva cucinare a Natale, in quelle due settimane di riposo che si concedeva: papà, infatti, era ciclista 350 giorni l’anno». In quel periodo lui (primo di tre fratelli) frequenta il collegio, dai Barnabiti: «Ricordo che qualsiasi cosa succedesse, massimo alle nove di sera, andava a letto: da buon figlio di contadini era convinto, a ragione, che il rimedio a tutti i mali, stanchezza compresa, fosse una buona dormita».
La descrizione del Bartali giovane è un mix di ricordi e storie raccolte in là con gli anni, quando «anche per lavoro giravamo insieme l’Italia e nei momenti di pausa mi parlava delle corse, della guerra, di Coppi, di Totò». Si parte dai genitori che cercano di opporsi in tutti i modi alla carriera da corridore («i nonni erano poveri e volevano che coltivasse la terra come loro») e si finisce su quella bicicletta usata, comprata dal padre per permettergli di frequentare la sesta elementare («andava a scuola a Firenze e con i suoi compagni si sfidavano correndo intorno a piazza Santa Croce e sulla salita dell’Erta Canina»). Per continuare con le prime gare da professionista («doveva convincere il padre che guadagnava bene, allora lasciava vincere un altro facendosi pagare, così arrivando secondo prendeva due premi. Il direttore sportivo se ne accorse e gli diede più soldi»). I trionfi ai Giri del ’36 e del ’37, al Tour del ’38 e alle Milano-Sanremo del ’39 e del ’40 sono storia nota. Poi arriva la guerra e Bartali incrocia il destino di centinaia di persone in fuga dal nazifascismo: «Da cattolico di fede incrollabile non accettava il fatto che gli uomini potessero ammazzarsi tra di loro, non capiva». Così entra in clandestinità e per il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa (che, tra l’altro, aveva celebrato il matrimonio con la sua Adriana) consegna documenti falsi e soldi per consentire la fuga agli ebrei che trovano rifugio in vari conventi dell’Italia Centrale. Corse tra stradine di montagna, prima lungo l’asse Firenze-Farneta-Genova, poi verso Assisi e Pescasseroli, in Abruzzo. In palio non ci sono maglie rosa o gialle, ma la vita di centinaia di innocenti. «Papà rischiò di morire più volte, ma se la cavò sempre. Anche grazie all’aiuto della gente o dei militari che lo riconoscevano».
Il dopoguerra inizia con altre vittorie al Giro e al Tour. «Non c’erano tanti soldi e la Legnago lo pagava anche con i tubi, che lui rivendeva alla società che stava facendo la rete del gas a Firenze». Poi la carriera in bici si interrompe (siamo nel 1954) e qui il racconto di Andrea si fa più nitido. E tocca la politica («Pio XII gli chiese di candidarsi per la Dc, ma lui preferì non accettare per rispetto verso quei tifosi che lo avevano sempre applaudito in tutt’Italia e che così non lo avrebbero più amato»), l’alluvione del ’66 («il nostro garage fu ricoperto di fango, perse molti oggetti importanti ma gli fu dato solo un piccolo rimborso: mi hanno trattato da ciclista, diceva agli amici»), la televisione («pensava che fosse un efficace strumento di comunicazione e quando gli proposero di lavorare in Rai chiese consiglio a Totò che gli rispose: tu devi fare il Bartali, fatti pagare per fare il Bartali»), il rapporto con Coppi («nella vita ha avuto due grandi dolori: la morte del fratello durante una corsa e quella di Fausto»), la Firenze di Bargellini e di La Pira («avevano un ottimo rapporto, ma quando si vedevano in pubblico facevano quasi finta di non conoscersi»). La favola finisce qui. Ma Andrea Bartali vorrebbe farla continuare ancora: «Nel 2014 ricorrono i 100 anni dalla nascita di papà e sarebbe un premio importantissimo se il Tour partisse da Firenze. Io ci sto provando e vorrei che la città mi aiutasse a mettere in pratica questo sogno».

Un pezzullo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

È vero: l’arte migliore — come spesso sottolineava il critico vittoriano John Ruskin — è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo. Forse pensava proprio a questa massima Diego Della Valle riferendosi al fratello Andrea, al quale — parole sue riportate dall’Ansa mercoledì sera — quando si occupa di Fiorentina «parte più il cuore che la testa». Ma il calcio non è arte. Almeno non sempre. Perché sì, le giocate di Pelè, Maradona, Messi, Batistuta — quelle rimaste nella storia di questo sport — sono la sintesi perfetta di intuito, talento, intelligenza, potenza fisica. E quindi potrebbero essere tranquillamente paragonate a un’opera di Van Gogh, Monet, Giotto, Raffaello. Ma non sempre è così, non sempre in campo ci vanno campioni che con il pallone tra i piedi riescono a disegnare traiettorie perfette e imprevedibili come in un quadro di Kandinsky. Le partite — quelle complicate, quelle che si stanno mettendo male per eventi che non dipendono dalla tua volontà — a volte si vincono più con il cuore che con la testa. Eppoi ce n’è già abbastanza di razionalità in questo calcio tutto diritti tv, schemi, calendari superaffollati: se c’è qualcuno che ci mette anche un pizzico di sentimento in più non guasta. Anzi. Ruskin a parte, dunque, per Andrea Della Valle potrebbe valere un antico adagio arabo, che recita più o meno così: «Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo». Qualcosa di buono, per la Fiorentina, sicuramente arriverà.

Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 4 maggio 2012

Il ragazzino-calciatore: applauso, pollice verso in segno di sfida e parole indecifrabili, probabilmente pronunciate nella sua lingua (il serbo). L’allenatore-professore: indice puntato, urla e tuffo, goffo, nel fosso della panchina. Per uno, due, tre, quattro tra schiaffi e pugni. Intorno facce incredule e il tentativo di frenare una rabbia improvvisa, esplosa da chissà quale labirinto della mente di quello che, per tutti, è «un uomo perbene» (come se loro, gli «uomini perbene», fossero stati programmati per rimanere immuni vita natural durante dall’umana rabbiosa violenza).
Venti interminabili secondi che vanno dritti dritti alla pancia dello spettatore iperconnesso, quello che mentre è davanti alla tv (o, perché no, allo stadio) commenta su Facebook, rilancia su YouTube, cinguetta su Twitter. Venti secondi che, al ralenti, fotogramma dopo fotogramma, entrano nella coscienza deframmentata del cyber-tele-popolo, scatenando reazioni a volte istintive, a volte più ragionate. Una dopo dopo l’altra, in un fiume di byte e parole che — dalle 21 e 18 di un mercoledì sera di inizio maggio — inonda la Rete, e non solo.  È tutto un fiorire di fazioni, partiti, sottolineature, spigolature, filosofeggiamenti. Così mentre su Facebook la consigliera comunale del Pd, pur confessando di non occuparsi di calcio dai tempi della prima comunione, sottolinea che sta con Delio perché «a volte a qualche giovane arrogante è necessario dare una calmata», nel bar del centro, il professionista giacca e cravatta se la prende con chi «permette a un ragazzetto di neanche venti anni di comprarsi la Porsche e fare quello che vuole, senza un controllo, senza una guida». È un intreccio di pro e contro, di su e giù, di ma e senza ma. C’è addirittura — è il caso del giornalista de Linkiesta Massimiliano Gallo — chi osanna Delio perché «finalmente un allenatore picchia un calciatore sostituito che protesta». E argomenta: «Perdonatemi, sarà diseducativo ma è stata una scena semplicemente fantastica. Un episodio che a mia memoria non ha precedenti e proietta Delio Rossi nel mio personalissimo Olimpo». Punti di vista, certo. Che, per fortuna, accendono anche la parte più divertente di Internet. Con fotomontaggi per ogni uso e microcomunità: la faccia dell’ex allenatore viola viene sostituita a quella di Brad Pitt nella locandina del film «Fight club», a quella di Rocky Balboa, a quella di un calciante portato in trionfo o a quella di Valentino Rossi mentre fa impennare la sua moto numero 46. Sui vetri del «Let’s go bar» di Poggibonsi i proprietari lasciano (e pubblicano su Facebook) la scritta in giallo forforescente: «Caro Delio Rossi, qua per te caffè gratis a vita».
Piuttosto, però, in questo momento al tecnico romagnolo servirebbe una camomilla. Perché se è vero che, pure solo per un attimo, in molti si identificano nella sua reazione da novello Primo Carnera, è certo anche che quella sequenza cliccata milioni di volte su YouTube e ritrasmessa a ripetizione dalle televisioni di tutto il mondo, fa vacillare le certezze di un pubblico forse abituato a vedere tali scene di vulcanica violenza, ma nel chiuso di una casa, di un ufficio, di uno spogliatoio (prima o dopo la partita). È la diretta tv che fa la differenza, il sentirsi partecipi di un evento e liberi di poter stare da una parte o dall’altra: «Tanto lo hanno visto tutti». E allora dall’assessore di Palazzo Vecchio («Delio Rossi è una persona perbene che ha sbagliato. L’altro è un immaturo, viziato e che non merita rispetto. Speriamo che tutto finisca presto») allo studente universitario («Aldilà del gesto davanti alle telecamere, ingenuo per un uomo della sua esperienza, tutto questo buonismo postumo mi fa solo ridere. Tutti avrebbero voluto prendere a zuppe Ljajic in quel momento. Io sto con Delio, uomo vero in un mondo di falsi e chiacchieroni») ognuno affida alla grande bacheca del web un pensiero, un’opinione, una giustificazione.
Siamo tutti Delio Rossi, dunque? Chissà. Alzi la mano chi non ha mai avuto uno scatto d’ira incontrollata. Ma c’è anche un ruolo da rispettare. Proprio per questo, per esempio, Roberto Mancini di fronte alle plateali intemperanze di un ragazzo ancora più terribile di Ljajic (Balotelli), ha sempre reazioni dure, ma allo stesso tempo composte. Almeno in pubblico. Il professore di Forlimpopoli, invece, si è trovato di fronte a una classe talmente indisciplinata da non riuscire a gestirla. Dal punto di vista tecnico, ma — a questo punto — soprattutto caratteriale. Non si spiegano altrimenti tutti gli episodi di strafottenza e di piccole-grandi sfide irriverenti di cui altri calciatori viola si sono resi protagonisti in questa sciagurata annata. Serve a poco, dunque, segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi: nei gruppi, da sempre, le alchimie si creano quando ci sono leadership risconosciute. Evidentemente nella Fiorentina — e da almeno due anni — non ce ne sono. Né in panchina, né in campo. E allora, ha ragione il fiorentinissimo Leonardo Pieraccioni quando dice che «Rossi ha sbagliato, perché non doveva dare i pugni o i cazzotti ma i babbuccioni sì, come si dicono a Firenze i coppinì tra capo e collo». E a meritarseli non sono solo «tanti giocatori della Fiorentina ma anche quelli di altre squadre e tanti tifosi che ultimamente, non si capisce come mai, chiedono di far levare le maglie e quelli se le levano, interloquiscono con capitani delle squadra come se fossero cugini». È il declino del calcio, quello che sta diventando sempre più un unico, grande, psicodramma globale.

Un mio articolo sul Corriere Fiorentino di oggi

Un prof esasperato da una classe che risponde alle sue lezioni con le palline di carta.È probabilmente l’immagine che meglio fotografa lo stato d’animo di Delio Rossi nelle sue ultime ore in viola (prima, ma anche dopo il fattaccio di mercoledì sera). D’altronde lui quel gruppo se l’è ritrovato, non l’ha potuto formare. E forse nemmeno immaginava che avrebbe avuto di fronte una decina di Gian Burrasca del pallone, per nulla intenzionati a sgobbare su schemi, posizioni da rispettare, verticalizzazioni, lunghe sedute di tattica. Ieri nella conferenza stampa di scuse (condite da qualche detto e non detto di troppo) ha sottolineato i suoi inizi «ad allenare i bambini per portarli via dalle strade, i giovani, gli operai nei polverosi campi di periferia». Una funzione pedagogica dell’allenatore che, evidentemente, il black out di follia gli ha fatto dimenticare. Ma non si può giustificare tutto con la perdita (si spera momentanea) di senno. In fondo, un professore davanti a una classe di studenti indisciplinati ha poche scelte: o fa finta di nulla e si becca le palline di carta o va dal preside per chiedere provvedimenti disciplinari o decide di alzare bandiera bianca. Delio ha insistito, con tenacia e orgoglio, forte delle sue esperienze che in passato lo hanno portato ad essere molto apprezzato da calciatori, presidenti e (soprattutto) tifoserie. «Tanto prima o poi li convinco che se fanno come dico io è meglio», avrà pensato quando Jovetic, Cerci, Ljajic, Vargas, Kharja — tanto per citarne qualcuno — sbuffavano all’ennesimo richiamo. Con il Foggia, la Salernitana, il Pescara, la Lazio, il Palermo ha funzionato. Qui no. Il fatto è che nel calcio dei massimi profitti (in campo e nei conti in banca) con i giocatori quello che andava bene un anno fa può risultare inefficace oggi. E gli allenatori-maestro come Rossi trovano sempre più difficoltà. Soprattutto quando si trovano a dover rinunciare a una parte consistente della loro filosofia di gioco (e di vita). Oggi a chi sta in panchina viene chiesto di saper gestire un gruppo, di motivarlo e di portarlo a raggiungere subito livelli di rendimento altissimi. Di tempo per insegnare ce n’è poco con tre partite a settimana. Vince chi ha più campioni in squadra e riesce a ridurre al minimo i capricci e lo stress emotivo di giovani bellimbusti che per lavoro — molto ben pagato — devono indossare maglietta, pantaloncini e scarpini. Rossi a Firenze non ha perso solo la panchina, ma anche una sfida tutta personale. E lo ha fatto nel peggiore dei modi, con una scarica di pugni contro quel ragazzino serbo che, lui più di tutti, stava tentando di far uscire dal torpore di un’illusione: quella che ti fa sentire un campione solo perché riesci a saltare l’avversario — e neanche sempre — con un dribbling.

Un mio pezzullo dal Corriere Fiorentino di oggi

Dalle lacrime per la maglia numero 25 di Morosini circondata — all’ingresso del «Picchi» di Livorno — da fiori, poesie e sciarpe di ogni colore, alla rabbia per le divise rossoblù del Genoa abbandonate sul prato di Marassi dopo un pomeriggio di  follia. Due immagini, due pugni nello stomaco di un calcio sempre più simile a un gigante in bilico che, nel tentativo di non rovinare al suolo, distrugge tutto ciò che incontra sulla sua strada. Ma come è possibile passare, nel giro di una settimana, dal «volemoce bene» degli ultras avversari ai funerali del calciatore morto in diretta tv al «toglietevi la maglia altrimenti non uscite da qui» della vergognosa sceneggiata subita da Frey e compagni? Purtroppo sono due facce (apparentemente diverse) dello stesso fenomeno: lo sport Auditel. Quello che se i toni non sono alti non ne vale la pena e che, quindi, più si esagera e più si ottiene attenzione. E allora la maglia viene brandita — come ha scritto sulla Gazzetta dello Sport Andrea Monti — come «vessillo di un torneo medievale». Da omaggiare nel caso dello sfortunato Piermario Morosini o da usare come ostaggio della violenza nel caso di Genova. Eppure, per chi ha vissuto il calcio fin da bambino, la maglia dovrebbe essere sempre una sorta di oggetto sacro, da consegnare alla mamma (o al magazziniere) nella speranza che le macchie di fango vadano via senza intaccare i colori o il numero stampato sulle spalle. Perché se esiste una sacralità del calcio non è fatta certo di cerimonie o di riti guidati dalle telecamere, ma di piccoli gesti che ne alimentano di volta in volta la magia. Come, per esempio, quello dei tifosi del Wolverhampton (Inghilterra, Premier League) che domenica pomeriggio hanno applauidito in lacrime la loro squadra, matematicamente retrocessa dopo la sconfitta casalinga contro il Manchester City di Mancini. Durante l’anno la tifoseria dei Wolves ha criticato — duramente, senza però mai cadere nell’inciviltà — le scelte dell’allenatore e del club, ma nel momento più difficile i tifosi presenti sugli spalti hanno alzato al cielo le sciarpe arancioni, intonando i canti di sempre. A Firenze, dopo l’intervento chiarificatore di Andrea Della Valle, il Franchi è tornato a incitare la squadra di Rossi e domenica Ljajic — nonostante avesse sbagliato il rigore che poteva tirar fuori i viola dalle secche della classifica — è rientrato negli spogliatoi tra gli applausi di incoraggiamento. Nel calcio, come nella vita, la linea che separa il bene dal male è molto sottile e incerta. Ma lealtà, coraggio, impegno prima o poi vengono premiati. Con un gol o con un coro da cantare a squarciagola.

Un mio articolo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Fin quando rimangono nel solco del folklore calcistico, le uscite di Piero Camilli, patron del Grosseto, possono pure risultare simpatiche. Perché riportano alla mente le gesta dei presidenti anni Ottanta: quelli che l’amalgama è un calciatore da acquistare chissà dove, quelli che ventisei chili di sale sparsi sul campo o un pellegrinaggio al santuario di Montenero possono bastare a evitare una retrocessione. Fin quando, dunque, si tratta di uno, due, tre, anche cinque allenatori esonerati, siamo nel novero delle scelte legittime del proprietario di un club. Ma se ad essere cacciati via — con una mail in cui si comunica la sospensione dell’accredito — sono uno, due, addirittura tre cronisti che hanno semplicemente raccontato (con computer e macchina fotografica) l’indecoroso spettacolo andato in scena sabato scorso in tribuna e nel parcheggio dello stadio Zecchini, la faccenda diventa molto seria. Perché non solo viene negato il diritto e la libertà di informazione, sanciti (ricordarlo non fa mai male) dalla nostra Costituzione, ma vengono anche offesi sia la dignità che il lavoro di tre colleghi (Fiorenzo Linicchi, Giancarlo Mallarini, Matteo Alfieri). La prevaricazione, la prepotenza, l’intimidazione sono pratiche da rifiutare sempre, in qualunque contesto e anche nel mondo dello sport. Il presidente Camilli, oltre a dare il cattivo esempio (sia sabato che nei giorni successivi) ha creato un precedente pericoloso, che va condannato. A tutti i livelli. I cdr, l’Associazione Stampa Toscana, l’Ussi lo hanno fatto, chiedendo la revoca di quelle decisioni. Ma finora è servito a poco: i tre colleghi di fatto non sono in condizioni di svolgere serenamente il proprio lavoro. Cose che possono sembrare «normali» solo in ambienti dove la pratica democratica è gravemente compromessa.

Un mio pezzo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

C’è qualcosa di romantico (e di inevitabilmente retrò) nel veder giocare di domenica e con la luce del sole tutte le partite di serie A. Accade qualche volta alla fine del campionato, quando un anticipo o un posticipo potrebbe in qualche modo falsare la corsa allo scudetto, all’Europa, alla salvezza. Ieri, invece, ci ha pensato il vento della Siberia a riportarci indietro di almeno venticinque anni, quando le partite cominciavano tutte alle 14.30 e ce le raccontavano alla radio le voci di Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Ezio Luzzi, Alfredo Provenzali (tanto per citarne qualcuna). Poi aspettavamo 90° minuto alle 18.30: Paolo Valenti leggeva schedina e classifiche e ci guidava nei collegamenti con i vari Marcello Giannini, Tonino Carino, Luigi Necco, Giorgio Bubba. Subito dopo – intorno alle 19 – c’era la sintesi (di solito il secondo tempo) del match più importante della giornata. Infine, alle 22.30, la Domenica Sportiva con i servizi lunghi (a volte veri capolavori di giornalismo), le voci, le interviste. Un calcio d’altri tempi, che – con buona pace dei romantici – non ritornerà più. Eppure di quella stagione qualcosa rimane: gli stadi. E già, perché il Franchi, il San Paolo, il Meazza, il Sant’Elia (ci fermiamo qui perché l’elenco è lungo) se non sono gli stessi di venticinque anni fa, poco ci manca. Qualche ritocco è stato fatto, prima per Italia ’90 poi per adeguare i campi alle esigenze televisive: in qualche caso migliorando la situazione, in altri peggiorandola. Ma mentre negli anni Ottanta-Novanta quegli stadi erano pieni, oggi sono quasi vuoti. E non solo per colpa delle pay-tv e della crisi economica, ma anche perché le abitudini di chi ama il calcio (e della società italiana in generale) sono cambiate. Tuttavia se un tifoso o un semplice appassionato sapesse che la domenica (o il sabato, il martedì, il mercoledì, talvolta il venerdì) lo aspetta – che ci sia vento, neve, pioggia o sole –  una comoda poltroncina al coperto dalla quale guardare la partita, forse ci penserebbe due volte prima di abbandonarsi sul divano del salotto. Se poi sapesse che allo stadio ci può arrivare tranquillamente in auto, in metropolitana, in tram, magari con la famiglia e senza correre il rischio di beccarsi una manganellata perché qualche esasperato quel giorno doveva sfogare la sua rabbia, il decoder lo utilizzerebbe solo per le partite delle altre squadre o dei campionati esteri. E ancora, se sapesse che il presidente della squadra per cui fa il tifo gli mette a disposizione, per quella poltroncina, sconti, promozioni, agevolazioni per lui, i figli, i nipoti, la loro scuola, si sentirebbe ancora più legato a quei colori e forse sarebbe disposto anche a spendere qualcosina in più. Ipotesi, certo. Che però in alcuni casi – vedi soprattutto Inghilterra, Spagna, Germania – funzionano, eccome. In Italia la Juventus è un passo avanti, altri intendono provarci.  Ma questo viaggio verso un calcio più “accogliente”, per arrivare a una meta, ha bisogno della mano di tutti: dei club, certo, ma anche delle istituzioni, della politica. Perché uno stadio non è un’isola per appassionati da sbattere in periferia: necessita di un indotto (trasporti pubblici, parcheggi gratuiti, negozi, musei, parchi a tema) che lo renda accessibile, appetibile. Altrimenti ci si ritroverebbe con una struttura nuova e con problemi vecchi. A Firenze il sindaco Matteo Renzi ha già individuato un’area (la Mercafir) e assicurato che entro maggio sarà pronto il bando per la costruzione dello stadio. La Fiorentina – lo ha detto l’ad Sandro Mencucci pochi giorni fa – per ora aspetta “di conoscere più dettagli”. La speranza è che finalmente si muova qualcosa, nell’interesse della città e del calcio. Le partite tutte di domenica sono una romantica eccezione, il campionato spezzatino a misura delle pay tv l’inevitabile realtà: se non ci sarà una svolta sulla questione stadi avremo – con il gelo o con il tepore primaverile – tribune sempre più vuote e salotti sempre più pieni. E allora la serie A forse si potrà giocare anche solo alla Playstation…

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