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Un mio commento sul primo giorno di scuola uscito oggi sul Corriere Fiorentino

trolls2A sei anni, come dice uno dei personaggi di Trolls (il film d’animazione che mia figlia vede e rivede in questo periodo), la vita è tutta «cupcake e arcobaleni». Giusto allora che la scuola, nell’accogliere questi frugoletti al debutto con banchi e lavagne, non faccia sentire troppo il distacco. Eppure nell’assistere alla cerimonia (eh sì, il termine giusto è proprio cerimonia) del primo giorno di scuola non ho potuto fare a meno di pensare alla mia maestra delle elementari, Giuseppina D’Ischia: camice nero, sguardo affettivo ma severo. Non ero lì per caso, accompagnavo una emozionata seienne in grembiule blu. E riflettevo: chissà se la maestra D’Ischia si sarebbe colorata anche lei di un puntino rosso la fronte per dare il benvenuto ai nuovi alunni; chissà se anche lei si sarebbe presentata alla classe mutuando linguaggio e gestualità da «Gipo» (il giullare delle trasmissioni di Rai Yo Yo). Vero, stiamo parlando di un’era geologica fa. Sono passati quarant’anni dalla mia prima elementare: non è rimasto (quasi) nulla di quel mondo. E  io, che allora guardavo Supergulp in tv, ora mi ritrovo a scaricare sull’iPad sofisticatissimi cartoni animati da guardare con mia figlia. Bene, dunque, i maestri che sperimentano nuovi metodi didattici, al passo con i veloci mutamenti delle nostre società. Da genitore, però, mi aspetto anche che la scuola mantenga, senza indugi, quel ruolo istituzionale troppo spesso negato o, addirittura, dimenticato, anche da chi ci lavora. Dove c’è istruzione non c’è discriminazione, dove c’è attenzione per le esigenze dei bambini non c’è omologazione, dove la scuola viene «abitata» non ci sono pericoli per la democrazia. Come papà e mamme, come maestri, dirigenti scolastici, sindaci dovremmo sempre tenerlo presente. Soprattutto in un’epoca  in cui l’isolamento narcisista (davanti a una tastiera, ma non solo) sembra minare alla base i rapporti umani. Proprio per questo la scuola andrebbe vissuta come un’esperienza collettiva, in cui ognuno abbia ben presente il ruolo che ricopre, senza confusioni e invasioni di campo. Certo, le aule non possono essere campane di vetro:  anche lì, si spera, i nostri figli  saranno allenati a interpretare il mondo. Un mondo fatto però, oltre che di «cupcake e arcobaleni»,  anche di sguardi affettivi e severi di una maestra D’Ischia. È chiedere troppo?

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Una mia intervista allo psichiatra Martino Riggio uscita oggi sul Corriere Fiorentino sull’ennesimo caso di bambino morto in auto e “annullato” da un genitore…

«La domanda da cui partire è: perché dopo aver lasciato il figlioletto in macchina queste mamme o questi padri vanno a lavorare, hanno un’ottima memoria lavorativa e sociale, e l’unica lacuna mnestica è proprio il figlio?». Martino Riggio, psichiatra e psicoterapeuta, si è formato alla scuola dell’Analisi collettiva di Massimo Fagioli. Per dare una spiegazione all’ennesimo tragico abbandono in auto di un bambino — mercoledì mattina a Castelfranco di Sopra (Arezzo) e tante altre volte in passato (a Vada, Piacenza, Vicenza) — parte dall’uso delle parole: «Parlare di dimenticanza è fuorviante. Si può dimenticare un pacco, un ombrello, una borsa, ma non un neonato. La dimenticanza è rivolta alla realtà materiale, qui ci troviamo di fronte all’annullamento della realtà psichica dell’altro».
Allora cosa è successo nella mente della madre della piccola Tamara?
«Il punto è capire cosa è successo prima di quella mattina. Non ho mai visitato la signora e non posso dare risposte certe, ma si deve prendere seriamente in considerazione la possibilità di una malattia che, probabilmente, non si era manifestata fino a quel momento in modo eclatante e vistoso».
Sta parlando della cosiddetta amnesia dissociativa, già presa in considerazione negli anni scorsi per casi simili?
«No, anche evocare l’amnesia dissociativa è fuori luogo: sono disturbi che in genere compaiono in concomitanza di un evento altamente stressante e colpiscono, per esempio, quelle persone che durante o subito dopo un bombardamento si trovavano a camminare tra le macerie non ricordandosi più il loro nome e la strada di casa. Se il disturbo è così grave però appare improbabile che nel corso di un’intera mattinata non se ne accorga nessuno. E poi se c’è un disturbo della memoria è impossibile che si focalizzi solo ed esclusivamente su di una persona, in questo caso il bambino».
Dov’è, quindi, la causa?
«In un rapporto dove la realtà umana del bambino viene annullata. Per poter capire bisogna partire da un concetto molto caro a noi psichiatri: l’affettività. L’affettività è quella dimensione complessa di interesse, di movimento verso l’altro essere umano con cui creare un rapporto. Di contro si può ricavare cosa sia l’anaffettività che è spesso uno dei sintomi più gravi di alcune malattie psichiatriche. L’anaffettività è il non avere alcun interesse per l’altro, nessun movimento. L’altro non sarebbe un essere umano. O meglio, razionalmente si può anche riconoscere che lo è. Ma non è come me. Se parliamo di un bimbo molto piccolo, non parla, non capisce, non si esprime, spesso dorme. Allora non è razionale, logico. Insomma non è come me».
Sta dicendo che la chiave è il rapporto genitore-figlio?
«Tra un adulto e un bambino molto piccolo c’è la stessa possibilità di stabilire e fare un rapporto reale che tra due adulti. Cambia solo il modo, la maniera, ma il rapporto che possiamo stabilire è reale. L’anaffettività invece porta a non percepire l’altro come un possibile, reale, partner di rapporto. Si perde di vista cos’è un essere umano e anche un bambino di pochi mesi lo è. In un contesto di malattia di questo genere la possibilità, non di amnesia, ma di realizzare la pulsione di annullamento teorizzata da Fagioli oramai 47 anni fa è altissima. Con l’annullamento si perde anche quel minimo di relazione che c’era prima col bambino, che quindi non viene più visto. E questo può portare a non considerare più la sua presenza in auto, come se lui lì non ci fosse mai stato».
Ci può fare qualche altro esempio di annullamento?
«Rimanendo nella dinamica genitore-figlio, la sottovalutazione di un eccessivo dimagrimento o di tagli che compaiono su braccia, gambe o più semplicemente dell’abbandono scolastico, che sta raggiungendo percentuali altissime. Il non vedere la realtà dell’altro è annullamento».
Ma può capitare a tutti? Qualche giorno fa la madre di Castelfranco di Sopra ha linkato su Facebook un articolo su quanto sia stressante unire maternità e lavoro…
«No, succede solo a chi sta veramente male. Lo stress, le tante situazioni di pressione con cui deve convivere tutti i giorni qualsiasi giovane genitore, soprattutto una mamma, amplificano il disagio ma non possono esserne la causa, che va ricercata altrove».
Come si può uscire dallo choc di perdere una figlia così?
«La possibilità di cura c’è per tutti: alla nascita siamo tutti sani, ci ammaliamo nei rapporti con gli altri. Bisogna curare senza colpevolizzare quella persona che all’improvviso ha palesato in modo drammatico ciò che era latente e lavorare sul recupero dell’affettività».

Antonio Montanaro

Un articolo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

mian

Salvini, Mian e Ceccardi

Ama ripetere: «La felicità non è di sinistra, ma quasi…». E per entrare nel favoloso mondo di Maurizio Mian bisogna allacciarsi le cinture e partire proprio da quel «quasi». Perché l’eccentrico imprenditore pisano, 61 anni il 25 marzo, nella sua vita è stato e continua a essere uno, nessuno, centomila.
Soprattutto in politica: quasi radicale (nel 2006 è stato candidato al Comune di Pisa con la «Rosa nel pugno» e pare che Marco Pannella, prima di rassegnarsi alla sua incostanza, lo adorasse); quasi piddino e bersaniano quando nel 2012 sborsando circa 7 milioni diventa socio di maggioranza de l’Unità («Volevo lanciare attraverso il giornale il mio progetto di felicità, ma il partito mi ha trattato come un bancomat», si è sfogato qualche mese dopo il fallimento dell’operazione e del giornale); quasi grillino dopo aver comprato all’asta su eBay per 10.150 euro il Piaggio Mp3 nero con cui Alessandro Di Battista — nome di battaglia Dibba — ha girato l’Italia in estate («Cosa vedo di buono nel M5S? Per ora restiamo a questa iniziativa. Mi sembra bello dare una mano, vediamo che succede. Sono uno che fa esplorazioni. Per lo meno con 10 mila euro loro mi hanno dato una moto. Dall’Unità con una cifra mille volte superiore mi hanno lasciato solo delusioni», ha detto al Tirreno); infine quasi leghista, perché ieri mattina è partito di buon ora da Cascina insieme alla sindaca Susanna Ceccardi per incontrare il leader del Carroccio Matteo Salvini (è stata lei stessa a pubblicare una foto di tutti e tre su Facebook con un’emblematica didascalia: «Dallo scooter… alla ruspa»).
Si sono fermati a chiacchierare per più di un’ora a Palazzo Marino. Di cosa? «Di tutto, dalla politica nazionale a quella locale — spiega la giovane pasionaria anti unioni civili — era da tempo che me lo chiedeva. Avevamo programmato da qualche mese questo viaggio, voleva conoscere il Trump italiano». Anche quasi trumpista, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Maurizio Mian è diventato Maurizio Mian soprattutto per una bufala messa in giro da lui stesso: quella del cane Gunther, il suo pastore tedesco, che avrebbe ereditato da una teutonica nobildonna la cifra di 150 milioni di marchi. L’eredità vera invece è quella che gli ha lasciato la madre, Gabriella Gentili, a capo di un impero farmaceutico con svariati brevetti poi venduto agli americani della Merck Sharp & Dohme.
In quel mare di quattrini Mian naviga a gonfie vele con la Gunther Corporation, società che ha interessi in vari settori, tra cui gli immobili di lusso e la produzione di programmi televisivi. A Miami ha una villa che è stata di Madonna, dove si rifugia quando non ne può più dell’umidità che arriva dall’Arno. L’unico punto fermo della sua vita bohémien è il calcio, il Pisa nello specifico. Sua mamma andava in curva con gli ultras e lui nel 2002 se l’è comprato il club nerazzurro, per poi rivenderlo tre anni dopo. Quest’estate ha fiutato l’aria frizzantina che tirava sotto la Torre per lanciarsi nel ciclone dei possibili acquirenti della società. Per qualche giorno è stato perfino quasi presidente. Poi si è tirato fuori. Farà così anche con i trumpisti Grillo e Salvini?

Antonio Montanaro

Una chiacchierata con Maurizio de Giovanni, su Napoli, il noir in tv , i Bastardi di Pizzofalcone, uscita oggi sul Corriere Fiorentino.

i-bastardi-di-pizzofalcone-678x381Una serie tv, I bastardi di Pizzofalcone, che ha fatto il pieno di ascolti su Rai 1 in prima serata (record sia lunedì che martedì con oltre il 25 per cento di share); una seconda, con protagonista il commissario Ricciardi, altro suo personaggio cult, in preparazione sempre per Rai 1 («siamo in fase di ultimazione della sceneggiatura ed è già stata scelta la regia»). Per Maurizio de Giovanni, scrittore napoletano dalla cui penna continuano a uscire noir di successo, è un momento d’oro. «Non me lo aspettavo — spiega — accolgo i dati sugli ascolti dei “Bastardi” in maniera divertita e turistica. D’altronde sono solo l’autore dei libri e ho firmato con Silvia Napolitano e Francesca Panzarella la sceneggiatura. Chiaramente questa serie tv ha una veste, una forza, una capacità indotta da moltissime professionalità, prima di tutto quella degli attori. Io sono soltanto un frammentino di un lavoro straordinario».  De Giovanni sabato sarà a Firenze per un doppio appuntamento: alla Ibs (ore 17.30) per la presentazione di Pane per i bastardi di Pizzofalcone, l’ultimo libro della serie pubblicata da Einaudi, e al teatro Puccini (ore 21) per uno spettacolo con l’attrice Gaia Nanni e il chitarrista Giuseppe Scarpato («leggeremo alcuni miei racconti, con un originale accompagnamento musicale»). Noir e televisione, un binomio che sembra attrarre sempre di più il pubblico italiano: «Sì — conferma lo scrittore — il nostro romanzo nero è in un momento di congiuntura favorevole. Gli esempi sono tanti: dal maestro Camilleri a Carlo Lucarelli, da Antonio Manzini, a Marco Malvaldi. E ancora Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto: l’elenco è lunghissimo». Ma quanto incide la spinta della tv? «Credo che la letteratura dia alla televisione più di quanto riceva. Certo, le serie, i film, il cinema influenzano e danno un impulso interessante, ma la letteratura è la letteratura: c’era prima e ci sarà anche dopo. La televisione più si rivolge ai testi letterari più aumenta in qualità e in originalità».  Al centro dei romanzi di de Giovanni c’è sempre Napoli, la città dove vive e scrive. Per la precisione due Napoli, quella di oggi nei Bastardi di Pizzofalcone e quella degli anni Trenta nella saga del commissario Ricciardi. «Le differenze riguardano essenzialmente la scomparsa della comunità del vicolo, la vita in strada che c’era agli inizi del Novecento non c’è adesso. La Napoli attuale è una città che corre, quella degli anni Trenta una città che camminava. La differenza fondamentale sta nella velocità, che influenza comportamenti e modi di fare». Certo, alcuni tratti resistono: «Il napoletano continua ad avere un atteggiamento di sorridente malinconia. Siamo sostanzialmente sudamericani, penso che Napoli sia la città più sudamericana fuori dal Sudamerica. Abbiamo questa nostalgia che ci fa sorridere, anche nei momenti più tristi. Ma che nel contempo ci dà modo di versare qualche lacrima anche quando siamo particolarmente allegri. Ed è il motivo per cui gli scrittori, i cantanti, gli artisti, i teatranti napoletani si riconoscono rispetto agli altri».  Eppure dai Bastardi viene fuori una realtà completamente diversa da quella descritta da Roberto Saviano in Gomorra, altra fiction di successo. C’è contrapposizione? «Il punto è che io ma anche Saviano non raccontiamo Napoli, raccontiamo storie ambientate a Napoli. Raccontare Napoli è materia di sociologi, di politici, io non so Roberto che tipo di messaggio abbia in mente di mandare o se ce l’abbia in mente. Io racconto solo storie e lo faccio ambientandole a Napoli, una metropoli con tre milioni e mezzo di abitanti, che si estende su un’area enorme, all’interno della quale c’è tutto e il contrario di tutto. I miei romanzi si svolgono nel mondo della borghesia, nei salotti bene, ma ci sono anche i vicoli. È una realtà, sono aspetti della stessa città, non ci vedo una contrapposizione». Eppure, Saviano e il sindaco De Magistris litigano proprio su questo punto: «Capisco poco la loro polemica — sottolinea — dicono cose entrambe vere e compatibili. Perché bisogna negare che esistano aree di Napoli che sono preda di un certo tipo di criminalità e danno vita a eventi drammatici? Ma allo stesso tempo non penso sia possibile negare una forza di riscatto, una vis culturale, che non c’è stata negli anni precedenti. Penso che in questo momento Napoli, insieme con Torino, sia la città più vivace dal punto di vista culturale. Adesso è così, tra cinque anni chissà. Vorrei però che ci fosse un minimo di serenità di giudizio». Un’ultima battuta su un altro tema che sta dividendo Napoli: lo spettacolo con Maradona al San Carlo, in programma lunedì prossimo. «È un’operazione di assoluta coerenza — risponde de Giovanni — non è uno scandalo, penso che un tempio della cultura come il San Carlo debba raccogliere i valori della comunità. E questi valori possono essere di vario tipo: non capisco perché l’erogatore di maggior gioia nel corso della storia recente della città debba essere escluso da quello che è un luogo di gioia e di felicità».

Antonio Montanaro

Un mio pezzo sul Corriere Fiorentino di sabato 17 dicembre

2046670-enrico_rossiNostro, sinistra, sociale, politica: così parlò Ernico Rossi, il governatore della Toscana che punta a soffiare la guida del Pd a Matteo Renzi. E il duello si gioca anche, soprattutto, sul linguaggio.  «L’elemento più evidente — sottolinea Alessandro Lenci, docente del Laboratorio di linguistica computazionale dell’Università di Pisa, davanti all’appello che Rossi ha indirizzato a Fabrizio Barca giovedì scorso — è l’utilizzo del “nostro”. Il nostro elettorato, il nostro partito, la nostra gente: appare chiaro il tentativo di recuperare la pluralità in risposta all’egocentrismo e al narcisismo renziano». Ma c’è anche la ricomparsa della parola «politica». «E — continua Lenci — non è una cosa banale, perché negli ultimi tempi questo termine ha acquisito un’accezione negativa. Invece Rossi lo ripropone con il significato di linea, programma. C’è un cambio notevole da questo punto di vista».
Certo, quello del governatore è un testo rivolto a un collega di partito, a un «pari», anche se parla a lui perché altri intendano. «Poi c’è l’utilizzo di termini come lavacro, arso: un linguaggio difficile, non immediato. Cita il “peronismo culturale”, un riferimento giusto, dotto, colto. Ma quanti, anche tra i militanti del Pd, sono in grado di coglierlo?». E qui veniamo al punto più controverso della comunicazione di Rossi: «Va bene andare oltre Renzi — fa notare il linguista dell’Università di Pisa — ma non bisogna fare l’errore di tornare indietro, di voler parlare come Berlinguer. Siamo tutti nostalgici di quel tipo di politica fatta con i piedi per terra, però quanto sarà comprensibile oggi? La società è cambiata, la nostra lingua è cambiata».
Vero, siamo pieni delle metafore bersaniane e dei luoghi comuni renziani, «però attenzione a non rinchiudersi in un linguaggio che puzza di casta». Dovrebbe esserci, dunque, una terza via, anche nell’uso delle parole: «Bisogna superare l’equivoco relativo all’idea che il contenuto semplice sia necessariamente un contenuto vuoto: non è vero. Superare l’auto-narrazione renziana, la sua auto-mitologia non significa per forza ritornare a un linguaggio politichese. Perché c’è il rischio che per distaccarsi dal contenuto semplice ti distacchi anche da una modalità di comunicazione che è quella dei nostri tempi e con cui bisogna per forza di cose fare i conti». La sfida allora sta principalmente nel recuperare l’elettore che, per un motivo o per l’altro, si è allontanato dal Pd. «E chi lo ha fatto — conclude Lenci — non è quello che usa abitualmente il termine “lavacro”. Si sono allontanate le classi che hanno una scolarizzazione medio bassa, che usano un linguaggio semplice, immediato. Se si vuole ritornare a una politica della segreteria, il pericolo è che nasca una proposta con un linguaggio già vecchio e che non riesca a toccare la pancia e la testa degli elettori».

Antonio Montanaro

renzi343343E se quello del 4 dicembre fosse anche un referendum sul linguaggio politico e sulla sua indicazione geografica tipica? Semplificando: da una parte il  sì «toscano» di Renzi e del Pd, dall’altra il no «centro-meridionale» dei Cinque Stelle (e dei suoi uomini simbolo).  Michele Cortelazzo è accademico della Crusca e docente di Linguistica italiana all’Università di Padova. Sabato 1 ottobre alla Piazza delle Lingue (il festival dell’Accademia in corso a Firenze) terrà una relazione sul tema: «La stagione di Renzi, il toscano nella politica».
Professore in che modo il premier di Rignano sull’Arno ha toscanizzato il linguaggio politico italiano?
«Non è tanto una questione di termini o di espressioni, quanto di caratteristiche che arrivano direttamente dalla tradizione culturale fiorentina e più in generale toscana».
Ci spieghi…
«La spontaneità, la narratività, che non è solo storytelling, l’attitudine dialogica, sono elementi tipici della sua regione d’origine: Renzi li possiede e li utilizza tutti. Inoltre parla sempre a braccio, anche se su un’intelaiatura costruita a tavolino, e lo fa con una sicurezza nell’uso dell’italiano che solo i toscani hanno. Non a caso quando ha provato a farlo in inglese l’effetto è stato praticamente opposto…».
La sinistra, anche del Pd, però gli rimprovera di aver semplificato troppo la politica, a partire proprio dal linguaggio…
«Renzi dà il meglio di sé quando attinge dalla cultura pop, dalle canzoni, dai luoghi comuni, dai riferimenti della società dei consumi: quando invece cerca delle citazioni più elevate spesso cade nella gaffe. La toscanità è il suo atteggiamento di fondo, anche nella ricerca della battuta rapida e arguta che taglia fuori l’approfondimento. Poi c’è un altro dato da non trascurare: la simpatia che riscuote è anche conseguenza dell’affermarsi sulla scena nazionale negli anni Novanta-Duemila di una generazione di comici e uomini di spettacolo come Panariello, Pieraccioni, Conti che hanno reso familiare il toscano».
Cosa è cambiato allora da Berlusconi a Renzi?
«Negli ultimi venti-trenta anni la lingua della politica si è completamente modificata perché si è passati dal modello della superiorità, dove il politico era un po’ il maestro, quello che ne sapeva più dell’elettorato, a un modello per rispecchiamento, nel quale il politico si mette sullo stesso piano dell’elettorato. E in questo Renzi si è mosso nella scia aperta anni fa da Berlusconi. Con la novità che, oltre la tv, usa in modo molto efficace anche i social network. Bersani, per esempio, ha cercato di uscire dalla ieraticità di un certo linguaggio politico, ma è rimasto sempre dentro quegli schemi che Renzi poi ha definitivamente rotto pure a sinistra. Senza però — e bisogna dargliene atto — cadere nella volgarità dei Cinque Stelle».
A proposito, se la politica del premier parla toscano, che indicazione geografica hanno le parole dei grillini?
«Nonostante il leader sia ligure, direi che la parlata dominante è senza alcun dubbio quella del centro-sud. Nessuno ricorda i discorsi della Appendino, Pizzarotti o Nogarin. Mentre le cronache sono ricche delle uscite dei vari Di Maio, Di Battista, Fico, Raggi».

Antonio Montanaro 

Articolo uscito sul Corriere Fiorentino del 30 settembre 2016

Un mio pezzetto uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Petaloso fa rima con fantasioso, giocoso. Due aggettivi-pilastro in quell’universo bambinesco fatto di colori e spontaneità, che spesso noi adulti, condizionati dalla lente opaca della nostalgia, tendiamo a sottovalutare. La lettera del piccolo Matteo da Ferrara — come fa giustamente notare il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini — ha ridato per un attimo il sorriso a una comunità (quella italiana) impegnata in queste ore a litigare su anglicismi (uno per tutti: stepchild adoption) e su diritti più o meno estendibili (inclusi quelli degli stessi minori). In poche ore l’hashtag ‪#‎petaloso‬ ha invaso i nostri profili Facebook e Twitter, rilanciato anche dal presidente del Consiglio Renzi, da ministri, linguisti, intellettuali, scrittori. Un applauso corale (no, standing ovation proprio no) a una parola che accende l’immaginazione di tutti: nonni, genitori, figli. Petaloso entrerà per social-acclamazione nella prima nuova edizione utile di un vocabolario, ne siamo sicuri. Ma Matteo (il piccolo Matteo) ci pone anche una questione importante, politica (nel senso più ampio del termine): ma noi i bambini li ascoltiamo davvero? Le nostre città, per esempio, sono pensate per le loro esigenze? E le nostre leggi sono scritte in una lingua comprensibile a tutti, anche a loro? Perché è giusto e legittimo emozionarsi per la lettera di un bambino, ma sarebbe ancora più bello se anche in Parlamento, nelle piazze, nei Consigli comunali, potessero trovare casa parole più «petalose».

Antonio Montanaro