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Archive for luglio 2012

Un mio articolo uscito sul Corriere Fiorentino

MOENA — Uno felicissimo di essere (finalmente) arrivato in viola, l’altro affatto convinto di dover rimanere. Viviano e Jovetic, due strade diverse che si incrociano in una calda giornata di fine luglio (anche ai 1.200 metri di Moena). Quella del portiere-ultras inizia con autografi, cori, richieste di fotografie. Fuori dall’albergo prima, al centro sportivo poi. Nella tuta con il giglio rosso stampato sul petto si trova perfettamente a suo agio, per lui è un ritorno cercato, voluto a tutti i costi. Una tifosa gli chiede: «Come va?». E lui: «Ora meglio». Con il preparatore dei portieri Giulio Nuciari comincia a fare i primi tuffi sull’erba ad agguantare palloni (anche se non può giocare la partita contro il Verona). «Finalmente posso volare sotto la curva Fiesole», ha detto nelle sue prime ore da fiorentino alla Fiorentina. E il sorriso, mentre corre intorno al campo, supera di gran lunga il metro e novantacinque di questo giovanottone nato a Fiesole a pane e pallone. Dalle tribune arriva il coro «Emiliano uno di noi», addirittura il sito Firenzeviola.it propone di dargli la maglia numero 10. Già, la 10. Quella dei talenti alla Jovetic. Stevan dopo il no «senza se e senza ma» di Adv alla cessione (anche per più di 30 milioni), si presenta agli allenamenti del mattino con l’espressione di chi gli hanno appena tolto un dente. «Ci dormirà su e sarà più sereno» è stato l’auspicio del patron viola nel chiudere le porte in faccia alla Juventus. Chiacchiera fitto per una decina di minuti con Montella nel cerchio di centrocampo, poi la solita concentrazione negli esercizi in palestra e fuori. Nessun gesto, nessun movimento fuori dagli schemi. Neanche sorrisi. Nell’amichevole del pomeriggio gioca su tutto il fronte d’attacco: corre, dribbla, si impegna e mette la fascia da capitano quando esce Cassani. E si arrabbia anche con i compagni. Lui vorrebbe una squadra in lotta per traguardi importanti, la Fiorentina ancora non lo è. Anche se i rinforzi cominciano ad arrivare e Della Valle ha promesso novità in dieci giorni. C’è chi ipotizza a questo punto una sua uscita pubblica per riaprire almeno una finestra da cui ascoltare le sirene della Torino bianconera. Chissà, il ritiro precampionato è ancora lungo e con Ramadani (il suo procuratore) starà pensando alle mosse da fare. Intanto Jo-Jo continua a correre, con quella faccia un po’ così. Che hanno quelli che vogliono andar via. E velocemente.

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Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino di oggi

C’era una volta un suddito. E la regina morta (The queen is dead). Estate 1986: giugno, luglio. O giù di lì. Ci sono i mondiali di calcio in Messico, quelli della mano de Dios. La puntina sul vinile suona le parole di un occhialuto ragazzo di Manchester: «Caro Charles, non hai mai provato un gran desiderio/ di apparire sulla prima pagina del Daily Mail/ vestito con il velo nuziale di tua madre? (…)/ È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Come ci sia finito quel disco grigio-verde lì non si sa. Lo avrà dimenticato Checco, l’immancabile amico rockettaro. D’altronde non si può vivere di soli Duran Duran e Spandau Ballet. O di Madonna, Vasco, De Gregori.  Steve Patrick Morrissey canta e la chitarra di Johnny Marr è un graffio che fa da guida, frase dopo frase, in giornate incasinate come un cubo di Rubik. Maradona batte la Germania nella finale di Città del Messico, Gorbaciov in piena perestroika annuncia il ritiro dell’Urss dall’Afghanistan e in Italia Craxi, dopo aver battuto il record di durata di un governo, comincia a traballare sotto i colpi di Ciriaco De Mita.  Sono i tempi della Milano da bere. «E sul margine ci si sente proprio soli / La vita è veramente lunga, quando si è soli». Si chiamano The Smiths e quel nome Marr e Morrissey lo scelgono proprio perché hanno bisogno di un tratto identificativo preso dalla «vita comune» in contrasto con l’enfasi degli anni Ottanta. Il loro connubio creativo finisce però nel 1987 (dopo appena cinque anni) con Strangeways, here we come. Le copertine dei loro sei dischi insieme (più vari singoli), curate da Morrissey e dal suo assistente Jo Slee, sono gioielli di pop art, roba da collezione con, tra gli altri, le facce di Alain Delon, Elvis Presley, James Dean, le pose di modelli sconosciuti o immagini da vecchie riviste. Tutto stampato in bicromia. «La scorsa notte ho sognato / che qualcuno mi amava / Nessuna speranza, ma nessun dolore / Solo un altro falso allarme». Dopo gli Smiths Moz viaggia da solo. E sulle copertine dei dischi comincia a comparire anche la sua faccia. Continua a cantare, scrivere e stupire. Attraversando tutto d’un fiato i Novanta e il primo decennio del Duemila. Le accuse di razzismo respinte a più riprese (è il fondatore di Unite Against Fascism), l’impegno per i diritti degli animali (è vegetariano) e gli ambigui orientamenti sessuali ne fanno un personaggio controverso. O si adora o si fa finta che non esista. Ma si può anche semplicemente ascoltarlo. E pensare che con quei suoi testi di passione intima e ribellione poetica un segno l’abbia lasciato. Dagli anni Ottanta in poi. «È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Uno po’ tutti e due, caro vecchio Moz.

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