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Archive for novembre 2007

Fuori è freddo. Le colline spoglie tutt’intorno fanno da palcoscenico a un amore che respira ogni cosa. Anche l’umidità di una serata invernale. Un bicchiere di vino, rosso. E corposo. Come gli sguardi della passione che ancora c’è. Le parole volano via, leggere. Riempiono la distanza. Fuori è freddo. La sigaretta, una cuffia ciascuno. Parte un contrabbasso, poi la chitarra elettrica: alle prese con una verde milonga…

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Premetto che non ho visto manco un minuto della fiction su Totò Riina. Mi fido dei racconti di mia sorella, che fa la prof in un liceo della provincia di Napoli. Mi dice che i suoi alunni (dai 16 ai 18 anni) sono letteralmente stregati dalla figura del boss di Corleone. Non escono di casa quando vanno in onda le puntate. Ne parlano, descrivono le imprese, ne tessono le lodi (“un vero uomo”). Si scambiano perfino le foto sui cellulari (quelle dell’attore che lo interpreta, ma anche le immagini del vero Riina, scaricate da Internet). Lasciando da parte ogni – più o meno utile – analisi sociologica sugli adolescenti e sul loro quadro di valori, una cosa mi sembra indiscutibile: trasmettere, in prima serata, una semplificazione televisiva di argomenti così complessi è un’operazione quantomeno azzardata. Anche – e soprattutto – sotto il profilo culturale. (altro…)

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E domani che fai?

… Non sono contrario al matrimonio, ma in particolare credo che un uomo e una donna siano le persone meno adatte per sposarsi tra di loro, troppo diversi (Massimo Troisi)

Dal memorabile dialogo finale del film Pensavo fosse amore invece era un calesse (You Tube)

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Fortuna che ho il raffreddore

Ci sono canzoni che non potrebbero aver successo se non in particolari momenti dell’anno. Penso che C’è di Luca Carboni (già cantata dagli Stadio anni fa) sia una di quelle. Si adatta benissimo alla “malincosfera” del periodo novembre-dicembre-gennaio.

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La porta era chiusa, inutile bussare. Non bisognava avere i capelli d’argento per capirlo. Eppure la litania del campanello continuò, ancora per un po’. Minuti (ore?) interminabili con quel suono monocorde che invadeva l’anima, il cervello. Basta. Stop, non c’era nessuno. E anche se ci fosse stato qualcuno, in quel momento era assente. O sordo. Inutile bussare. “Perché non prova a ritornare un altro giorno?”, lo rimproverò la vicina, una donna grassa, sporca, talmente inquietata dal rumore da risultare inquietante. Alla vista, all’olfatto. “Certo, mi scusi, torno”. Ma chissà se sarebbe riuscito a trovarlo il tempo. Quello giusto, quello che permette di saltare ogni ostacolo. Girò le spalle e scese le scale. Via dell’Ardore numero ottantaquattro. Segnò l’indirizzo su una vecchia agenda, accese il lettore Mp3 e guardò il palazzo allontanarsi. Mentre il tram rosicchiava i binari bagnati dalla pioggia.

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C’era una volta. Iniziano così tutte le favole che si rispettano. Ma questa, purtroppo, non è una favola. Almeno non più. Anche se l’inizio può trarre in inganno. Perché una volta – tanto, quanto? Un po’ di tempo fa – c’era un folletto che decise di entrare nella caverna dell’orso. Rideva, scherzava, sembrava pieno di vita. “Chi ti ha detto di arrivare fin qui”, gli ripeteva l’orso. “Non c’è spazio per te”. Ma lui – il folletto – non se ne curava. E continuava a riempire la caverna di colori, luci, suoni. “Guarda com’è bello correre fino al lago”. “Lasciati riscaldare dal fuoco della legna”. L’orso osservava, sospettoso. Guardingo. Ma gli piaceva. Partecipava con gioia a quel gioco improvviso, inaspettato. Fin quando il folletto – come tutti i folletti – decise di andar via. Partire. Lasciò solo un biglietto: “Tutto finisce, ogni giorno rimane”. L’orso all’inizio non capiva. Perché? Dove sarà andato? Non gli piaceva più la caverna? Poi un giorno si sorprese allo specchio mentre abbracciava una delle sue domande. E si sentì talmente ridicolo da decidere di andare in letargo. Prima del tempo. “Il sonno, solo il sonno mi può salvare”. Afferrò un boccale di miele e via. Sul guanciale della sua caverna.
C’era una volta. Iniziano così tutte le favole. Ma questa, purtroppo, non lo è. O almeno lo è stata solo in parte. Fino al giorno in cui l’orso si sentì stupido. Accarezzando l’idea di partire anche lui. Alla ricerca del folletto.

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Il grisù che è in me

Grisù è sempre stato il mio cartone animato preferito. Un draghetto che vuol diventare pompiere. Idea geniale. La natura che va contro se stessa. Il fuoco e l’acqua insieme. In un personaggio simpatico e caparbio. L’istinto e il suo contrario, uniti nelle avventure di un animaletto verde dalle sembianze umane. Rimanevo incollato alla tv in bianco e nero senza dire una parola. A bocca spalancata, quasi ad aspettare che anche dalla mia pancia partisse la fiamma che brucia tutto. Ma senza cattiveria. Involontariamente, tanto lui, Grisù, vuol fare il pompiere. Difficile far convivere fuoco e acqua. Soprattutto quando gli anni passano. E ti ritrovi sempre più pompiere che draghetto. Cavolo, però, quanto mi piaceva Grisù. Da grande vorrei fare il draghetto…

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