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Archive for the ‘Corriere Fiorentino’ Category

Una chiacchierata con Maurizio de Giovanni, su Napoli, il noir in tv , i Bastardi di Pizzofalcone, uscita oggi sul Corriere Fiorentino.

i-bastardi-di-pizzofalcone-678x381Una serie tv, I bastardi di Pizzofalcone, che ha fatto il pieno di ascolti su Rai 1 in prima serata (record sia lunedì che martedì con oltre il 25 per cento di share); una seconda, con protagonista il commissario Ricciardi, altro suo personaggio cult, in preparazione sempre per Rai 1 («siamo in fase di ultimazione della sceneggiatura ed è già stata scelta la regia»). Per Maurizio de Giovanni, scrittore napoletano dalla cui penna continuano a uscire noir di successo, è un momento d’oro. «Non me lo aspettavo — spiega — accolgo i dati sugli ascolti dei “Bastardi” in maniera divertita e turistica. D’altronde sono solo l’autore dei libri e ho firmato con Silvia Napolitano e Francesca Panzarella la sceneggiatura. Chiaramente questa serie tv ha una veste, una forza, una capacità indotta da moltissime professionalità, prima di tutto quella degli attori. Io sono soltanto un frammentino di un lavoro straordinario».  De Giovanni sabato sarà a Firenze per un doppio appuntamento: alla Ibs (ore 17.30) per la presentazione di Pane per i bastardi di Pizzofalcone, l’ultimo libro della serie pubblicata da Einaudi, e al teatro Puccini (ore 21) per uno spettacolo con l’attrice Gaia Nanni e il chitarrista Giuseppe Scarpato («leggeremo alcuni miei racconti, con un originale accompagnamento musicale»). Noir e televisione, un binomio che sembra attrarre sempre di più il pubblico italiano: «Sì — conferma lo scrittore — il nostro romanzo nero è in un momento di congiuntura favorevole. Gli esempi sono tanti: dal maestro Camilleri a Carlo Lucarelli, da Antonio Manzini, a Marco Malvaldi. E ancora Giancarlo De Cataldo, Massimo Carlotto: l’elenco è lunghissimo». Ma quanto incide la spinta della tv? «Credo che la letteratura dia alla televisione più di quanto riceva. Certo, le serie, i film, il cinema influenzano e danno un impulso interessante, ma la letteratura è la letteratura: c’era prima e ci sarà anche dopo. La televisione più si rivolge ai testi letterari più aumenta in qualità e in originalità».  Al centro dei romanzi di de Giovanni c’è sempre Napoli, la città dove vive e scrive. Per la precisione due Napoli, quella di oggi nei Bastardi di Pizzofalcone e quella degli anni Trenta nella saga del commissario Ricciardi. «Le differenze riguardano essenzialmente la scomparsa della comunità del vicolo, la vita in strada che c’era agli inizi del Novecento non c’è adesso. La Napoli attuale è una città che corre, quella degli anni Trenta una città che camminava. La differenza fondamentale sta nella velocità, che influenza comportamenti e modi di fare». Certo, alcuni tratti resistono: «Il napoletano continua ad avere un atteggiamento di sorridente malinconia. Siamo sostanzialmente sudamericani, penso che Napoli sia la città più sudamericana fuori dal Sudamerica. Abbiamo questa nostalgia che ci fa sorridere, anche nei momenti più tristi. Ma che nel contempo ci dà modo di versare qualche lacrima anche quando siamo particolarmente allegri. Ed è il motivo per cui gli scrittori, i cantanti, gli artisti, i teatranti napoletani si riconoscono rispetto agli altri».  Eppure dai Bastardi viene fuori una realtà completamente diversa da quella descritta da Roberto Saviano in Gomorra, altra fiction di successo. C’è contrapposizione? «Il punto è che io ma anche Saviano non raccontiamo Napoli, raccontiamo storie ambientate a Napoli. Raccontare Napoli è materia di sociologi, di politici, io non so Roberto che tipo di messaggio abbia in mente di mandare o se ce l’abbia in mente. Io racconto solo storie e lo faccio ambientandole a Napoli, una metropoli con tre milioni e mezzo di abitanti, che si estende su un’area enorme, all’interno della quale c’è tutto e il contrario di tutto. I miei romanzi si svolgono nel mondo della borghesia, nei salotti bene, ma ci sono anche i vicoli. È una realtà, sono aspetti della stessa città, non ci vedo una contrapposizione». Eppure, Saviano e il sindaco De Magistris litigano proprio su questo punto: «Capisco poco la loro polemica — sottolinea — dicono cose entrambe vere e compatibili. Perché bisogna negare che esistano aree di Napoli che sono preda di un certo tipo di criminalità e danno vita a eventi drammatici? Ma allo stesso tempo non penso sia possibile negare una forza di riscatto, una vis culturale, che non c’è stata negli anni precedenti. Penso che in questo momento Napoli, insieme con Torino, sia la città più vivace dal punto di vista culturale. Adesso è così, tra cinque anni chissà. Vorrei però che ci fosse un minimo di serenità di giudizio». Un’ultima battuta su un altro tema che sta dividendo Napoli: lo spettacolo con Maradona al San Carlo, in programma lunedì prossimo. «È un’operazione di assoluta coerenza — risponde de Giovanni — non è uno scandalo, penso che un tempio della cultura come il San Carlo debba raccogliere i valori della comunità. E questi valori possono essere di vario tipo: non capisco perché l’erogatore di maggior gioia nel corso della storia recente della città debba essere escluso da quello che è un luogo di gioia e di felicità».

Antonio Montanaro

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Un mio pezzo uscito stamattina sul Corriere Fiorentino

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Un venerdì di metà dicembre, tempo di feste. E di tasse. Mi sveglio con un doppio obiettivo: pagare la rata della Tasi e capire per quale motivo non mi è ancora arrivato il bollettino della Tari (leggo che bisogna saldare entro il 31 dicembre, io mi sono trasferito in questa casa ad aprile, come devo fare?). Mentre preparo il caffè chiamo lo 055 055 («il contact center integrato del territorio fiorentino»). Signorina gentile: «La scadenza è quella, ma io non posso aiutarla, deve chiamare Quadrifoglio, le do il numero verde». Prendo la penna e segno: 80048… Ops, ma questo vale per i telefoni fissi, io ho solo un cellulare. Vado sul sito di Quadrifoglio e trovo il numero per me. Lo faccio e dopo un’attesa minima risponde una signora dai modi spicci: «Mi dispiace, questo è l’ufficio raccolta rifiuti, le lascio i contatti di chi si occupa della Tari». Ok, via, sono rimbambito: riproviamo. Intanto si son fatte le 10: nulla, è occupato, non riesco nemmeno a entrare in contatto con una fredda voce registrata. Hanno raggiunto il numero massimo di chiamate, suppongo.

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Al campo di San Marcellino

Al campo di San Marcellino

Laura Paoletti, la prima team manager donna ad andare in panchina nella storia della serie A, è seduta a gambe incrociate sul prato sintetico del campo di allenamento di San Marcellino. È appena dietro Sauro Fattori, il mister della Fiorentina Women’s Football Club: ascolta, osserva, confabula con le altre collaboratrici mentre le ragazze si allenano sotto il sole delle quattro del pomeriggio. È lei il trait d’union tra il viola dei maschi e quello delle donne. Lei che lo scorso anno ha girato gli stadi d’Italia e di mezza Europa con Montella, Borja, Pizarro e che ora metterà a disposizione, da club manager, le sue competenze in una nuova avventura: «Dalle giovanili alla prima squadra, la mia esperienza nel mondo del calcio è quasi completa. Ho imparato tanto e lo metterò in pratica con loro», racconta mentre osserva le magliette bianche che spostano la porta per la partitella. (altro…)

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Un pezzullo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

La famiglia di Pepito

La famiglia di Pepito

Nonne, cugini, sorelle, nipoti, zii: in canottiera sotto una foto della nazionale colombiana. O in maniche di camicia davanti all’albero di Natale. Ogni foto è Paese. La Colombia di Cuadrado, con i suoi colori forti e  l’allegria di  una cumbia. Il New Jersey  (Stati Uniti) di Pepito Rossi, con  il calore del legno alle pareti e gli sguardi fieri degli italiani d’America. Ritratti di famiglia: chissà Rembrandt come li avrebbe dipinti i signori del pallone. «A ciascuno il suo» direbbe Leonardo Sciascia. Ma questo non è un giallo. Anche se, probabilmente, solo il fiuto di un detective sarebbe in grado di svelare il mistero di Mario Gomez: ma quel naso e quegli occhi che spuntano da un mare di schiuma costipato in una vasca da bagno  sono davvero del tedesco o di un hacker coreano convinto di essere sul profilo Facebook di un dirigente della Sony? Buon Natale a tutti: «Frohe, schöne und weiße Weihnachten an alle!». E c’è chi gli risponde: «Attento porca miseria a non infortunarti mentre esci dalla vasca scivolando… Ogni volta che fai qualcosa mi viene un colpo al cuore…». Più esplicita invece la richiesta di una ragazza italiana: «Mario, perché non ti presenti così sotto il mio albero? Con meno schiuma, grazie». Cosa  ne penserà la bella Carina Wanzung? Potere dei social network, che permettono di abbattere ogni barriera. Anche (e soprattutto) quella del pudore.  Per fortuna c’è Borja Valero: sempre misurato, mai fuori posto. Perfino nelle decine di  immagini con  tema giratine a Firenze che  pubblica su Instagram.

Ritratto della famiglia Cuadrado

Ritratto della famiglia Cuadrado

Per gli auguri di Natale ha deciso di coinvolgere non i due pargoli — oramai conosciutissimi dal  popolo dei «like» — ma altri  componenti della famiglia (a giudicare dalla somiglianza, la sorella della moglie Rocio). A proposito, Pepito in questi giorni di festa è particolarmente attivo  in modalità social. Oltre ai video   mentre fa da allenatore a un gruppo di ragazzini americani, ha postato le immagini del cugino e della sorella minore: «The best people in the entire world». Nice to meet you.  Infine Gonzalo Rodriguez, che —  dall’altra parte del mondo — ci mostra le acrobazie in piscina insieme alla nipotina. Coraggio, mancano ancora una decina di giorni alla ripresa del campionato…

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Un mio pezzullo sul Corriere Fiorentino di oggi

Benigni e Troisi

Benigni e Troisi

La maschera da attore ce l’ha: il mento pronunciato ricorda un po’ Totò e un po’ Troisi. Ma a rendere inequivocabili le origini vesuviane di Vincenzo Montella è soprattutto quell’ironia leggera e allo stesso tempo amara con cui spesso affila i pensieri. Qualche esempio. Indicando un manichino che indossa la maglia viola: «Ecco il giocatore che mi serviva. Speriamo che almeno lui non si rompa… O lo abbiamo comprato già rotto?». E ancora, prima della maledetta finale di Coppa Italia all’Olimpico: «Della Valle? Lo sento addosso come un difensore asfissiante». Per non parlare della battuta rivolta all’ex designatore Braschi: «Se certe mie affermazioni vengono recepite dalla classe arbitrale come chiacchiere da bar, io mi sento offeso perché in quel momento stavo parlando proprio al barista». Infine la risposta alle critiche di inizio stagione: «Firenze è più famosa per la guerra tra Guelfi e Ghibellini che per la bellezza del Ponte Vecchio». (altro…)

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Un mio articolo sul Corriere Fiorentino

Ragazzini in campo

Ragazzini in campo

Quanti ragazzini diventeranno Neymar o Messi? E, soprattutto, quali sono gli elementi che possono fare  la differenza per entrare nell’Olimpo del pallone? Perché da solo — si sa — il talento non basta.  Chi bazzica i campi di calcio, a qualsiasi livello, tante volte ha sentito pronunciare la frase: «Sì, ha piedi buoni, ma la testa…». Già, la testa, un universo misterioso fatto di storie personali ma anche di fattori esterni, socio-culturali. Spesso i club, a cominciare dalla serie A, per affrontare tutto ciò che entra nella sfera psicologica degli atleti si affidano all’esperienza  di allenatori o comunque di ex calciatori. Quasi mai c’è un approccio scientifico, anche se qualche segnale arriva: proprio la Fiorentina giovedì scorso ha scelto come team manager Laura Paoletti, trentaquattrenne laureata in psicologia con esperienza da «mental coaching» nelle giovanili viola.

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Un mio articolo sul Corriere Fiorentino

Marco Crespi a Siena

Marco Crespi a Siena

Ore 23.06: gli ultimi secondi della storia della Mens Sana Basket hanno la faccia spiritata di Marco Crespi, il coach che  si è preso  l’onore — e soprattutto l’onere — di guidare fino all’ultima sirena il più titolato club    degli anni Duemila (otto scudetti, cinque coppe Italia, sette Supercoppe dal 2004 a ieri). Ci hanno provato Haynes, Hunter, Carter, capitan Ress, la squadra delle meraviglie: sono stati lì a un passo dalla leggenda, ma Milano ha avuto più fortuna e più costanza. È una questione di palloni che entrano e palloni che escono.  Mai era capitato in una finale scudetto italiana che si arrivasse a gara sette. E non poteva essere altrimenti. (altro…)

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