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Archive for gennaio 2012

Un mio pezzo uscito il 16 dicembre 2011 scorso sul Corriere Fiorentino

Ok, il decoder funziona, i canali sono a posto, il segnale è perfetto.  E ora?  Da dove si comincia?  Certo, se ad accoglierti nel mare magnum della televisione digitale c’è un capellone biondo platino (con baffi dello stesso colore e giacca a quadroni rossi e verdi che neanche Cristiano Malgioglio oserebbe tanto) la tentazione di spengere e andare a fare un giro ai giardini è forte.  Lui si sgola per vendere quattro paia di scarpe al costo di tre, ma un tasto di telecomando più un là, c’è il maggiore dei «fratelli ortodonzia» che, in camice bianco, mostra filmati rivoltanti con pezzi di ferro inseriti nelle gengive: «Il sorriso è tutto nella vita», dice.  Sì, ma a volte è molto meglio rimanere a bocca chiusa.
Comunque, si sa, la pubblicità è l’anima (e la benzina) delle televisioni.  Specie per quelle locali, quelle nate venti-trenta anni fa in capannoni di periferia e che per il grande salto nello switch off hanno dovuto comprare apparecchiature nuove, rivoluzionare palinsesti, stringere alleanze strategiche e conquistare un numerino sul telecomando quanto più vicino alle reti nazionali.  Vuoi il programma di attualità in prima serata con in studio i consiglieri regionali, il sindaco o il governatore?  E allora devi rassegnarti al venditore di numeri al lotto che ti consiglia di giocare 8-12-47 sognati — testuali parole — dopo aver mangiato una peperonata.  Vuoi i telegiornali locali a mezzogiorno e a sera, la trasmissione sulla Fiorentina o sul Siena, la rassegna stampa dei quotidiani regionali, il varietà con i comici toscani, la rete all news che parla anche delle buche nella strada dove abiti?  Devi sopportare la biondona americana (doppiata in italiano da una voce stile Ok il prezzo è giusto) che magnifica le doti delle pillole per far calare il grasso in sette giorni, il video del motorino elettrico per i nonnini acciaccati che non vogliono rinunciare al tressette alla casa del popolo, il cuoco pelato che taglia i cetrioli con un super coltello in acciaio indistruttibile, i proprietari dei grandi magazzini in provincia di Pisa che scimmiottano Pieraccioni e Ceccherini tra uno stock di pullover e un’offerta speciale sui jeans.
È questa la rivoluzione digitale che ci hanno promesso per mesi?  Perché, almeno a giudicare dai primi giorni, la nuova tv è (quasi) identica alla vecchia, quella con le formichine sullo schermo e le antenne a forma di radiglia.  Oddio, qualche novità c’è.  Ma è davvero poca cosa rispetto alle magnifiche e progressive sorti del piccolo schermo (piatto) descritte dai fautori della nuova era.  Interattività, possibilità di contenuti personalizzati, reti di servizio pubblico — per esempio — non se ne vedono, almeno per il momento.  E allora bisogna accontentarsi dei duecento canali (a occhio e croce) che propongono un minestrone di trasmissioni — il più delle volte pescate dagli archivi italiani e stranieri — talmente ricco da far perdere l’appetito.  L’impressione è, infatti, che l’attenzione sia rivolta più al passato che al futuro.  La Rai ha arricchito il suo pacchetto: Rai 4, Rai 5, Rai Movie, Rai Premium, Rai Storia — tanto per citare qualche canale — ma il massimo in cui ci si può imbattere sono le vecchie puntate di Desperate Housewives, Brothers & Sisters, Medicina Generale arrivi e partenze, le Avventure di Pinocchio con Nino Manfredi, le repliche del David Letterman Show, le Candid camera in bianco e nero di Nanni Loi e qualche vecchia esibizione dell’orchestra del Maggio musicale in piazza della Signoria.
Per non parlare di Mediaset, che tra Iris, la 5, Italia 2, Extra è tutto un revival (da La sai l’ultima di un Gerry Scotti con una dozzina di capelli in più, al film Er più, storia d’amore e di coltelli con Celentano e Claudia Mori, 1971, fino alla più recente fiction sul Mostro di Firenze).  E ancora: CanalOne che, tra un programma demenziale americano e l’altro (commentati dalla coppia di comici romani Lillo e Greg), ripropone maratone di telefilm cult degli anni Ottanta-Novanta (I Jefferson, I Robinson e Il mio amico Arnold).  Insomma, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età: una sorta di macchina del tempo televisivo, che se a primo acchito può risultare piacevole (è come sfogliare le foto ingiallite del liceo o del matrimonio) con il passare dei giorni ti dà l’impressione che l’aumento dei capelli bianchi sia strettamente legato alla frequenza dello zapping quotidiano.
Per fortuna, ad animare i palinsesti, ci sono lo sport (oltre ai due della Rai e ai tre di Sportitalia, c’è addirittura un canale, il 64, interamente dedicato al tennis, che alterna dirette a match storici), i cartoni animati (sei possibili scelte, con possibilità di passare dai Barbapapà alle Winx) e le trasmissioni di cucina.  Cuochi & fiamme, MasterChef Italia, Hell’s kitchen, I menu di Benedetta, Cucina con Ale, Top Chef: reality show, gare ai fornelli o semplici consigli per la cena e il pranzo, è tutto un rosolare, soffriggere, bollire davanti alle telecamere.  Ma almeno impari qualcosa.
Discorso a parte meritano i canali di informazione 24 ore su 24.  Tgcom24, partita da qualche settimana, è la risposta di Mediaset a Rai News 24: schema classico importato dagli Stati Uniti, ma per adesso niente altro di più.  Tant’è che gli approfondimenti sono soprattutto repliche di trasmissioni in onda su Canale 5.
Certo, se proprio piove, fa freddo e ai giardini neanche il cane ci vuole andare, puoi sempre fermarti su Canale Italia, alzare il volume e metterti a ballare Dancing Queen degli Abba insieme a una decina di settantenni che se li vedesse Monti gli ritirerebbe subito la pensione.  L’effetto è quello di una mega festa di paese: ma vuoi mettere l’odore dei brigidini davanti a uno schermo Led di 42 pollici?

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Un mio pezzo uscito il 3 gennaio scorso sul Corriere Fiorentino e leggermente aggiornato

Osvaldo Soriano è morto giusto un anno prima che Santiago Martín Oliveira Silva (detto El Tanque) cominciasse la sua avventura da giramondo delle aree di rigore.  Probabilmente se lo scrittore argentino lo avesse visto giocare, avrebbe accarezzato il suo inseparabile gatto e si sarebbe appuntato il nome dell’attaccante uruguaiano sul taccuino.
E già, perché Santiago Silva il fisico (e la storia) da eroe mancato ce l’ha, eccome: sarà la pelata, quegli ottanta chili e più su un metro e ottantacinque di muscoli; saranno quegli occhioni scuri e malinconici; sarà quel modo di muoversi così macchinoso che neanche Horst Hrubesch nella finale dei campionati del mondo del 1982.  Sarà, ma El Tanque qui a Firenze proprio non ci vuole stare più.  L’odore dell’erba gelata del Franchi (quello di Siena), sentito dalla panchina, potrebbe essere, infatti, l’ultimo suo ricordo del campionato di serie A.  Dalle vacanze in Sudamerica non è ancora rientrato (ufficialmente per qualche linea di febbre) e non è detto che ci rientri.  Perché dall’Argentina — sua seconda patria — continuano ad arrivare dichiarazioni d’amore per lui che qui — nonostante la maglia numero 10 passata per le spalle di Baggio, Rui Costa, Antognoni, Mutu — lascerà solo illusioni e speranze, spente dopo la prima incespicata davanti alla porta degli avversari. «Per me — aveva detto a Repubblica, appena arrivato in Toscana — il calcio è divertimento.  Quando entro in campo mi trasformo, vedo la porta e ho fame».  Del suo istinto famelico, però, al Franchi (quello di Firenze) resta solo una traccia, veloce, forse già dimenticata: il gol, su rigore, lasciatogli da un generoso Jovetic, negli ultimi minuti della partita vinta contro la Roma.
Un po’ poco per un nomade del pallone (ha giocato nei tornei di Uruguay, Brasile, Portogallo, Argentina, Germania, Italia), che del gol ha fatto — parole sue — «una missione».  Via, da solo, valigie alla mano, da una parte all’altra del mondo, come un carro armato sempre a caccia di difese da abbattere (solo nel campionato argentino, dal 2006 al 2010, ha realizzato 83 reti).  Evidentemente l’Italia non gli porta bene: era già arrivato dieci anni fa a Verona, al Chievo, senza disputare nemmeno una partita ufficiale.  Poi il biglietto last minute per Firenze: una scommessa, persa.  Per lui e per la società di Della Valle.  El Tanque, infatti, entrerà di diritto nel libro delle meteore gigliate, insieme con il connazionale Diego Vicente Aguirre, allo spagnolo Javier Garcia Portillo, al brasiliano Keirrison de Souza Carneiro, tanto per citarne qualcuno.  E i tifosi lo ricorderanno più per la somiglianza con Massimo Mattei, assessore di Palazzo Vecchio ed ex calciante, che per le sue fugaci comparse in maglia viola.
Ma la vita del bomber solitario va avanti e per Santiago Silva c’è già pronta una maglia del Velez, la squadra che ha lasciato (in malo modo) l’estaste scorsa, o del Boca Juniors, che ha chiesto aiuto perfino alla Federazione di calcio argentina pur di averlo in maglia gialloblù (per fortuna in questo caso non potrà usare la maglia numero 10, che fu di Maradona).  Allora, adios, Tanque.  Magari ti ritroveremo più in là.  Nel racconto di qualche scrittore.

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