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Archive for maggio 2008

Allergie

Le parole, quelle che non vorresti ascoltare, son come i pollini d’un fine maggio afoso. Si adagiano sugli occhi e li fanno lacrimare. E più li strofini, più si arrossano. C’è un cassetto della mia scrivania che conserva il passato che passa, velocemente, troppo. Consumando inchiostro, carta, vocali, consonanti. Frasi. Quelle che restano impresse. Nella memoria di chi non vuol dimenticare. Perché vive di parole. Anche di quelle che non vorrebbe mai ascoltare.

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Ti ho visto ridere, mentre un soffio di felicità attraversava i tuoi occhi. Ti ho visto ridere, per nascondere la rabbia di una ferita che fatica a sanarsi. Ti ho visto ridere, nonostante tutto. E il tuo sorriso è entrato nelle mie giornate, come un sottile raggio di luce che taglia il buio. Abbracciando i granelli di polvere che incontra sulla strada. Parole, racconti di un mondo fatto di sospiri disordinati e in conflitto perenne con la vita. Ho ascoltato, con la sola voglia di ascoltare. E sentire. Quel mondo a me ignoto. Ora vedo il tuo volto rigato da lacrime che non piangono, e vorrei ridere. Per lasciarti un po’ di quel sorriso che mi hai dato, nonostante tutto.

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L’uomo di passaggio

C’è una particolare specie di essere umano che popola, da qualche anno, le nostre città. Si chiama (o almeno io così lo chiamo) “uomo di passaggio”. Certo, può essere anche di sesso femminile. Ma la donna di passaggio (essendo donna) ha caratteristiche sostanzialmente diverse. Tant’è che più di passaggio diventa di drenaggio (nel senso medico del termine). L’uomo di passaggio non è bello, ma piace. Perché ha un’aria buffa, che non passa inosservata. Sembra uscito da un fumetto. Veste con cura, ma senza uno stile preciso: gli piace contaminare la cravatta con le sneakers, i jeans con la giacca in gessato grigio, la camicia bianca con i pantaloni verde militare. E’ intelligente, abbastanza colto, è cresciuto con il mito della libertà: dei gesti, delle parole, delle idee, delle passioni. E proprio per questo quando decide di impegnarsi in qualcosa lo fa, senza risparmiarsi. Pensa che le parole siano importanti e che non vadano sprecate, anche perché quando non ne hai più diventa un guaio. Quando una donna, dopo un paio di scopate riuscite bene, lo porta sull’olimpo della vita quotidiana, lui abbassa gli occhi, si gira dall’altra parte e cerca di trovare la scusa migliore per uscire dalla porta. Senza far rumore. Perché l’uomo di passaggio odia il rumore. Soprattutto dopo una scopata. E’ cinico, di quel cinismo che aiuta a prendere la giusta distanza dalle cose, per non scottarsi troppo. Non sempre gli riesce. Anche perché quando sente arrivare il calore, gli va incontro, non ci pensa su due volte. Ama il rischio, le novità, è curioso. Ma quando arrivano le bruciature si maledice. Lui sa bene di essere di passaggio (ci si nasce, si cresce, si muore così), ma a volte i passaggi non gli appaiono chiari. E comincia a scalciare, a chiedere attenzioni, a voler capire. All’uomo di passaggio piace entrare nelle persone. Ma alle persone non sempre piace essere scoperte. Allora scappano, perché l’uomo di passaggio è troppo e poco allo stesso tempo, confonde e rassicura, ama e odia, è fastidioso e piacevole, saggio e infantile. E si sa, nella vita c’è bisogno di punti fermi. Quelli che arrivano, dopo l’uomo di passaggio.

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Distanza

Un altro foglio strappato e portato via dal vento. Qualche frase appuntata qua e là, senza un significato preciso. Giusto per darsi calore, quando il sole non basta e brucia agli occhi. Un sorriso illumina la notte, piacere passeggero. Disegnato su un foglio. Strappato e portato via dal vento.

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