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Archive for maggio 2007

Metto qui la riflessione pubblicata oggi sui quotidiani Epolis del direttore Antonio Cipriani

Quanto c’è di ideologico nel dibattito sulla sicurezza? Sicuramente molto. È come se un’unica realtà fosse vista con filtri talmente diversi da farla apparire assolutamente doppia. Due realtà diverse sulle quali si articolano analisi, ragionamenti capziosi, polemiche e altre quisquilie che tanto rendono felici i politici quando possono affermare con certezza assoluta un punto di vista che non preveda la soluzione del caso. Il problema è che la realtà è una soltanto, e le analisi e le interpretazioni possono essere molteplici, ma non possono discostarsi dalla necessaria unicità del dato interpretabile. Il dato ineludibile è che nelle metropoli peggiora il livello di vivibilità, ossia si vive peggio in una società che tende a disgregarsi, con una drammatica fuga dalla partecipazione alla vita sociale, culturale e politica. Stanno emergendo nuove esigenze e nuove forme di aggregazione? Sì, ma resta il problema della perdita nel quotidiano del senso di appartenenza a un luogo, a una città, a un insieme di relazioni che ti fa sicuramente essere più aperto e disponibile verso altre forme di appartenenza e di cultura. L’assenza totale di questi riferimenti creano soltanto diffidenze e una tendenza alla barbarie. Per esempio la prostituzione: le minorenni che vengono dal mondo povero a battere sulle nostre strade sono un’offesa alla nostra civiltà. Ogni volta che un uomo ferma la sua macchina per caricare a bordo una ragazzina (ma anche una donna adulta) sta contribuendo al mantenimento della criminalità che gestisce il traffico e lo sfruttamento di esseri umani. Ogni volta che una persona compra droga, finanzia Cosa Nostra e associati. Lo vogliamo dire? Così, al di là di remore ideologiche, è giusto che anche amministratori di sinistra si pongano il problema della convivenza in una società, quindi di come intervenire per disinnescare fabbriche di denaro sporco per la criminalità organizzata. Denaro che poi entra nel circuito imprenditoriale e come insegna la teoria del riciclaggio, si perde in mille attività lecite. Punto sul quale, la destra che ha amministrato, non ha certo calcato la mano. Infatti la politica del “forcaiolo doc” prevede tolleranza zero per i piccoli delinquenti, ma tolleranza assoluta per chi, gestendoli, crea vere e proprie fortune. Un po’ sbilenca come politica. Da riequilibrare con una bella presa di coscienza sui fenomeni criminali e i loro derivati che rendono insicure le nostre città.

Non c’è dubbio che quello della sicurezza sta diventando il tema centrale nell’agenda politica italiana. Sia di destra che di sinistra. Il fatto è che – soprattutto a sinistra – sembrano ancora non essere caduti i muri ideologici del permissivismo a tutti i costi, del “no, di questo non si deve parlare”, dell’accoglienza a tutti i costi e senza regole (che, a volte, si trasforma in una sottile e pericolosa forma di emarginazione). Probabilmente la strada giusta sembra essere – come testimoniano le parole del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino – quella del pragmatismo. E di un’analisi vera delle singole situazioni. Perché, al di là dei principi e delle situazioni genarali, le questioni vanno affrontate città per città, territorio per territorio (è logico che i problemi di Napoli non sono quelli di Roma e quelli di Padova non sono quelli di Genova).

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Sicurezza di sinistra

Una lettera molto interessante (che si riallaccia anche al discorso del precedente post) pubblicata da Repubblica. La condivido in pieno.

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Provincia disgregata

A San Paolo Belsito, piccolo comune che conosco bene perché è a un tiro di schioppo dai posti dove sono nato e cresciuto, succede questo. Una bambina polacca viene colpita alla testa, nella sua casa, mentre gioca con il papà, da un proiettile vagante. Esploso dalla pistola di un giovane muratore del posto. Incensurato, onesto lavoratore, come lo definiscono in paese. Lui spara per vendetta. Perché malmenato da un gruppo di immigrati dell’est, connazionali dei genitori della piccola, davanti a un bar. Spara per vendetta. Ma sbaglia bersaglio. E a farne le spese è una bimba di cinque anni. Al di là della tragica follia del gesto, penso che questo episodio confermi un processo sociale che, nella provincia ex contadina napoletana (ma penso anche in molti altri posti d’Italia), sta rosicchiando piano piano le regole della convivenza. Sono le dinamiche di imbarbarimento che Pasolini descriveva già negli anni Sessanta per le borgate romane. Oggi i disgraziati che vivono nelle baracche, nei bassi, nelle case di 20 metri quadrati arrivano dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Moldavia, dall’Africa del Nord. Sbarcano il lunario con qualche lavoretto: muratori, operai a nero, contadini per caso. Tutto pur di guadagnare qualcosa. E, spesso, arrivano con i loro figli, le loro donne. Donne belle, che qualche volta cedono alle lusinghe degli uomini del posto. Che, nel miraggio di qualche euro in più, cedono corpo e dignità. A San Paolo Belsito, ma in molti altri comuni di quella zona, la convivenza è dettata dalla buona volontà di qualche singolo. Ma anche dagli interessi. Perché qui si cresce a pane e mentalità camorristica. Qui i clan non sparano, lucrano, guadagnano, amministrano. E un pària fa sempre comodo alla struttura socio-economica criminale. Dunque, la convivenza difficilmente può diventare integrazione. Una storia davvero brutta quella che si è sviluppata tra venerdì e sabato notte. Dove le vittime sono tante. Carnefice compreso.

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Oltre il mare

In questo primo maggio trascorso a Cagliari, tra un libro e una passeggiata al mare, mi è venuto in mente il testo di questa canzone cantata da Lina Sastri e Roberto Murolo… sarà la nostalgia di Napoli…

No, n’un e stat a sentere ‘e canzone/ ch’ist mare è celeste/ ‘o cielo è d’oro/ ma stu paese nun è sempe allegro/ nun sponta sempe a luna ‘a marechiaro/ e nun se canta e se fa sempe ammore/ Ch’est so fantasie pe’ furastieri/ si vui vulite bene a stu’ paese/ fermateve nu’ poco rint ‘e vic’/ guardate rint’e vasc e for ‘e chiese/ Venite insieme a me, pe’ strade antiche/ invece e cammenà vicino ‘o mare/ parlate cu chi soffre e chi fatica/ Quanta malincunia pe’ case scure/ addò nun trase ch’est aria ‘e primmavera/ guardate quant sant attuorno ‘e mura/ Sta gente poverella crere a Dio/ patisce rassegnata e pare allegra/ e chi è cecato canta ‘o sole mio/ Io vedo come a n’ombra a ogni puntone/ e penso ‘a gente ca’ l manc ‘o pane/ Quanta bucie ca’ diceno ‘e canzone.

P.s. Per i puristi del napoletano: mi scuso per le imperfezioni nella scrittura

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Per festeggiare la (ri)nascita del mio blog:

– Nello stereo in questo momento: Deep Purple – Deep Purple (primo lavoro di questo gruppo, regalo del grande Certox); Neffa – Alla fine della notte; Giovanni Allevi – Joy

– Nel lettore dvd: Mystic River – regia di Clint Eastwood

– Sul comodino: Georges Simenon – Pioggia Nera; Agota Kristof – L’analfabeta

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Note a margine

La diversità, i colori, le parlate che s’intrecciano in un solo, indistinto, brusio. Ecco cosa mi manca. Il suono nervoso di un clacson che vibra tra le finestre antiche. Il caldo, insopportabile, dell’estate. Gli sguardi, divertiti, furtivi. Curiosi. Mi manchi tu. La tua capacità di stupirmi, divertirmi. Di farmi sentire vivace. Guardo il variopinto flusso di umanità che mi gira intorno e sale il bisogno di te. Ecco cosa mi manca. Tu, noi, i nostri attimi rubati all’ufficialità di una domanda. La diversità, i colori, delle nostre giornate.

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