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Archive for aprile 2008

L’animale (e io)

C’è un animale – canta Battiato – che rende schiavi delle passioni, non si arrende e non sa attendere. Una (brutta, bella?) bestia che è dentro ognuno di noi, dice. A volte la misteriosa fera si accanisce a tal punto da farti sembrare lecito anche il più putrido dei desideri. La vita sembra morte, la morte sembra vita. Mica ti rendi conto che è la belva a guidare il balletto di pensieri, azioni, parole. C’è un animale, l’ho visto. Ma per fortuna non c’è sempre. A volte dorme, in silenzio. L’altro giorno mi sono avvicinato e gli ho servito una pozione di veleno. Ora si dibatte, ma vive ancora. Sto qui, paziente, e aspetto che respiri l’ultimo respiro. E io con lui.

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Segni e colori

La strada d’un tratto prese la sua strada

La strada d\'un tratto prese la sua strada

Un attimo nel silenzio delle parole

Un attimo nel silenzio delle parole

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“Gli operai non votano per formazioni elitarie”. Parto da questa considerazione di Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom (intervista al Corriere della sera), per tentare un ragionamento sul voto di domenica scorsa e sulle prospettive della sinistra italiana (almeno di quello che resta). Ho votato Pd. L’ho fatto da sinistra, anche se non vedo ancora nel partito di Veltroni quell’anima laica, riformista, libertaria, che fa parte del mio bagaglio culturale. Non mi riconosco nel Pd, ma l’ho votato. Per due ragioni precise. Innanzitutto perché penso che W. abbia contribuito in maniera decisa a semplificare un sistema politico appesantito da una miriade di partitini sanguisuga. E poi perché era un modo, forse l’unico, per tentare di fermare l’avanzata della destra berlusconiana. Ho votato Pd sperando almeno in un “pareggio” al Senato. Così non è stato. Berlusconi ha stravinto, la sinistra (ma quale?) è scomparsa dal Parlamento. Eppure non vedo in questo risultato elementi drammatici. Né pericoli per la cara vecchia repubblica italiana, come alcuni commentatori (di sinistra, ma quale?) si sono affrettati a scrivere. (altro…)

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Ho comprato uno scooter nuovo. Ho fatto demolire il vecchio Attila. E già, si chiamava così il mio 150. Troppo vecchio per accompagnarmi anche qui a Firenze, dove lo smog è già tanto. Figuariamoci se potevano accettare quello di un malandato (e orgoglioso) scarrafone made in Taiwan. Eppure Attila non mi ha mai lasciato a piedi (o quasi: agosto, mezzogiorno, sole graffiante di Sardegna). Nelle spensierate curve della costiera amalfitana, tra la sabbia bianca (e grigia) del Poetto, nel traffico impazzito di Napoli, sulle stradine di collina dove sono cresciuto: sempre presente negli ultimi cinque anni della mia vita. Un vero compagno di viaggi. Anche se brevi. Abbracci, pensieri, pianti, sogni, baci, sesso rubato alla luce della “controra”. Giostra sulla quale salire nei momenti di tristezza (mia e di chi non pensavi potesse sentirsi così lontana dal respiro dei giorni). L’hanno portato via – immagino – su un camion e ora sarà in un cimitero di rottami. Anche gli oggetti hanno un senso nella vita, se riesci a dare un senso alla vita. Ho comprato uno scooter nuovo. Ma è un Sym (made in Taiwan). Come Attila. Compagno Attila.

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Il viaggio

“Non lasciarti proteggere dalla paura, combattila”. Quando scesi dal treno – un Eurostar partito dalla città del sole e della malinconia – annotai quella frase su un quaderno azzurro cenere. Accesi una sigaretta e caricai lo zaino sulle spalle. Fu allora che cominciai a sentire, di nuovo, il profumo della sua pelle. Mi guardai intorno, alla ricerca di labbra inaridite dalle parole. Eppure tutt’intorno c’era solo gente che si muoveva disordinatamente. Verso una meta già fissata ore prima. O in attesa di un orario mai puntuale. Questa volta, però, non c’era. “E’ scappata, imprigionata nella sua gonna a quadri”, mi sussurrò il capostazione. Cominciai a correre, fino a consumare tutta l’aria che i polmoni potevano darmi. Non c’era più. Ma con lei anche la paura stava scomparendo. Il quaderno azzurro cenere scivolò via dalla tasca della giacca, si infilò tra le ringhiere del ponte e, dopo un volo di una decina di metri, si adagiò sulle acque del fiume. Lo vidi allontanarsi. Insieme con gli appunti dei mei viaggi. Fino a quel momento. Fino al giorno in cui decisi di combattere la paura.

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C’è una parola che ho riscoperto grazie a una vecchia canzone di Pino Daniele. Libertà. Ma non è solo merito suo. Lo è anche (e soprattutto) di chi me l’ha fatta riascoltare. Tra un sorriso e il desiderio di sorridere. In quei 3 minuti e 50 c’è Napoli, la nostalgia, il ricordo, la rabbia, il pianto, il riscatto. La libertà. Tutt’attuorno l’aria addora ‘e ‘nfuso…

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