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Archive for the ‘Spicchi di vita’ Category

Un mio pezzo uscito stamattina sul Corriere Fiorentino

Call-center1

Un venerdì di metà dicembre, tempo di feste. E di tasse. Mi sveglio con un doppio obiettivo: pagare la rata della Tasi e capire per quale motivo non mi è ancora arrivato il bollettino della Tari (leggo che bisogna saldare entro il 31 dicembre, io mi sono trasferito in questa casa ad aprile, come devo fare?). Mentre preparo il caffè chiamo lo 055 055 («il contact center integrato del territorio fiorentino»). Signorina gentile: «La scadenza è quella, ma io non posso aiutarla, deve chiamare Quadrifoglio, le do il numero verde». Prendo la penna e segno: 80048… Ops, ma questo vale per i telefoni fissi, io ho solo un cellulare. Vado sul sito di Quadrifoglio e trovo il numero per me. Lo faccio e dopo un’attesa minima risponde una signora dai modi spicci: «Mi dispiace, questo è l’ufficio raccolta rifiuti, le lascio i contatti di chi si occupa della Tari». Ok, via, sono rimbambito: riproviamo. Intanto si son fatte le 10: nulla, è occupato, non riesco nemmeno a entrare in contatto con una fredda voce registrata. Hanno raggiunto il numero massimo di chiamate, suppongo.

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Il mio editoriale di oggi sul Corriere Fiorentino 

Che cosa c’entra lo sport con il vergognoso spettacolo andato in scena all’Olimpico? Doveva essere una festa, è stata una disfatta, l’ennesima, per il calcio italiano. C’è un’immagine che sintetizza meglio di altre la notte di Roma: lo sguardo impaurito di un bambino dai riccioli biondi che dagli spalti, in braccio al babbo, osserva il lancio di petardi sugli steward e i Vigili del Fuoco dalla curva degli ultras del Napoli. Non sappiamo se fosse fiorentino o napoletano. Poco importa. La domanda è un’altra: che cosa ricorderà lui della partita? I gol di Insigne, Martens e Vargas o la paura per quei botti violenti?  (altro…)

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Una mia articolessa uscita sul Corriere Fiorentino del 20 settembre

Cristina vive tra le biciclette da quando è nata: il nonno, Alfredo Conti, ha aperto l’officina-negozio di via Marconi (a due passi dallo stadio Franchi) nel 1927, ottantasei anni fa. Poi tutto è passato al babbo, Mario. E ora è lei a gestire quello che nel tempo è diventato una sorta di santuario per i cicloamatori di Firenze. Almeno di quella parte di Firenze ai piedi della collina di Fiesole dove — guarda caso — si concluderanno tutte le gare dei mondiali (il traguardo è in viale Paoli). Inizia da qui il viaggio alla scoperta del popolo su due ruote. Anche se sarebbe meglio parlare di un insieme di tribù, nel senso antropologico del termine. Cioè di persone (donne, uomini, adulti, giovani, bambini, operai, impiegati, professionisti, studenti) che condividono, oltre al mezzo (la bicicletta) linguaggi, abbigliamento, percorsi, fatica e — perché no? — sudore. C’è lo sport, quello vissuto per divertimento, per mettersi alla prova. Ma non solo. Alcuni, infatti, hanno trasformato questa passione in un lavoro. E i guadagni, più sale il prezzo della benzina più aumentano.  (altro…)

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Un mio pezzo uscito sul Corriere Fiorentino 

Mimma se ne sta buona buona dietro il tandem dei suoi padroni: ha una cassettina rossa tutta per lei (con tanto di nome stampato) e guarda quelle centinaia di bici intorno a sé con curiosità canina. È abituata a vedere Firenze (e non solo) dalle due ruote, tanto pedalano gli altri. Ma verso le nove e venti comincia ad abbaiare, forse per dare una sveglia agli organizzatori. Su viale Nervi (in pratica di fronte a dove si allena la Fiorentina) continua ad arrivare gente. I super sportivi, divisa professionale e mountain bike da scalata; le signore con la permanente e la borsa della spesa nel cestino; le ragazzine che sfoggiano il modello ante guerra del nonno appena restaurato; i giovanotti naif baffo anni Quaranta, maglia alla marinara, jeans e bicicletta da corsa; i bambini, testa nel caschetto, emozionati per quella che pensano essere una corsa vera: «Babbo babbo e se arriviamo primi?».  (altro…)

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Un mio pezzo uscito il 3 gennaio scorso sul Corriere Fiorentino e leggermente aggiornato

Osvaldo Soriano è morto giusto un anno prima che Santiago Martín Oliveira Silva (detto El Tanque) cominciasse la sua avventura da giramondo delle aree di rigore.  Probabilmente se lo scrittore argentino lo avesse visto giocare, avrebbe accarezzato il suo inseparabile gatto e si sarebbe appuntato il nome dell’attaccante uruguaiano sul taccuino.
E già, perché Santiago Silva il fisico (e la storia) da eroe mancato ce l’ha, eccome: sarà la pelata, quegli ottanta chili e più su un metro e ottantacinque di muscoli; saranno quegli occhioni scuri e malinconici; sarà quel modo di muoversi così macchinoso che neanche Horst Hrubesch nella finale dei campionati del mondo del 1982.  Sarà, ma El Tanque qui a Firenze proprio non ci vuole stare più.  L’odore dell’erba gelata del Franchi (quello di Siena), sentito dalla panchina, potrebbe essere, infatti, l’ultimo suo ricordo del campionato di serie A.  Dalle vacanze in Sudamerica non è ancora rientrato (ufficialmente per qualche linea di febbre) e non è detto che ci rientri.  Perché dall’Argentina — sua seconda patria — continuano ad arrivare dichiarazioni d’amore per lui che qui — nonostante la maglia numero 10 passata per le spalle di Baggio, Rui Costa, Antognoni, Mutu — lascerà solo illusioni e speranze, spente dopo la prima incespicata davanti alla porta degli avversari. «Per me — aveva detto a Repubblica, appena arrivato in Toscana — il calcio è divertimento.  Quando entro in campo mi trasformo, vedo la porta e ho fame».  Del suo istinto famelico, però, al Franchi (quello di Firenze) resta solo una traccia, veloce, forse già dimenticata: il gol, su rigore, lasciatogli da un generoso Jovetic, negli ultimi minuti della partita vinta contro la Roma.
Un po’ poco per un nomade del pallone (ha giocato nei tornei di Uruguay, Brasile, Portogallo, Argentina, Germania, Italia), che del gol ha fatto — parole sue — «una missione».  Via, da solo, valigie alla mano, da una parte all’altra del mondo, come un carro armato sempre a caccia di difese da abbattere (solo nel campionato argentino, dal 2006 al 2010, ha realizzato 83 reti).  Evidentemente l’Italia non gli porta bene: era già arrivato dieci anni fa a Verona, al Chievo, senza disputare nemmeno una partita ufficiale.  Poi il biglietto last minute per Firenze: una scommessa, persa.  Per lui e per la società di Della Valle.  El Tanque, infatti, entrerà di diritto nel libro delle meteore gigliate, insieme con il connazionale Diego Vicente Aguirre, allo spagnolo Javier Garcia Portillo, al brasiliano Keirrison de Souza Carneiro, tanto per citarne qualcuno.  E i tifosi lo ricorderanno più per la somiglianza con Massimo Mattei, assessore di Palazzo Vecchio ed ex calciante, che per le sue fugaci comparse in maglia viola.
Ma la vita del bomber solitario va avanti e per Santiago Silva c’è già pronta una maglia del Velez, la squadra che ha lasciato (in malo modo) l’estaste scorsa, o del Boca Juniors, che ha chiesto aiuto perfino alla Federazione di calcio argentina pur di averlo in maglia gialloblù (per fortuna in questo caso non potrà usare la maglia numero 10, che fu di Maradona).  Allora, adios, Tanque.  Magari ti ritroveremo più in là.  Nel racconto di qualche scrittore.

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Un pezzullino uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Non è un mistero che la tanto decantata «scuola di qualità», promessa dall’ennesima riforma, resti, per ora, nel libro dei sogni del ministro Gelmini. Basta avere un figlio, un nipote, un fratello che ogni mattina si siede in un banco o dietro una cattedra per rendersene conto. Aule mezze sgarrupate (con finestre che ti cadono addosso), computer (quando ci sono) già vecchi e obsoleti, palestre sistemate alla buona in qualche garage o addirittura condivise con la scuola più vicina.

Ma, secondo i sindacati fiorentini, ci sarebbe ancora un altro diritto che verrebbe negato ai poveri ragazzini di materne e elementari: quello alla pipì. E già: «A Firenze — dichiarano a Repubblica — esistono scuole dove i bagni sono chiusi a chiave al di fuori di orari prestabiliti, come la ricreazione o il cambio dell’ora, in cui gli alunni possono essere accompagnati tutti insieme da una persona». Insomma, questo l’assunto dei sindacalisti di Cgil, Cisl, Uil, Gilda e Cobas, per colpa dei tagli della Gelmini i vostri figli non potranno più fare la pipì quando gli scappa, ma solo in orari prestabiliti. Solo una provocazione? C’è da augurarselo. Perché se fosse davvero così i presidi (ma perché no, anche la Gelmini) rischierebbero di essere incriminati per sequestro di persona. Nessuno (ci siano uno o dieci bidelli a disposizione) può impedire, infatti, a un ragazzino di cinque anni di andare in bagno se gli scappa, è chiaro a tutti.

Non ai sindacati, però, che sulla scuola vanno avanti, ormai da anni, in una rituale campagna di demonizzazione.  Descrivere il ministro come il «diavolo» responsabile di tutte le disgrazie non porta a nulla. Anzi, allontana la possibilità di un confronto serio su ciò che funziona (ed è da valorizzare) e su ciò che non va nella riforma voluta dal governo Berlusconi. In che modo abitare la scuola è un tema importante, che investe la qualità, il comfort degli ambienti dove i nostri ragazzi studiano e crescono, le persone che ci lavorano (quante e come). Parliamo di questo e lasciamo in pace i bambini: la pipì non può avere turni. Soprattutto a scuola.

Antonio Montanaro

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Non sono un esperto d’arte, l’arte mi fa semplicemente – e la scelta di questo avverbio non è casuale – pensare, emozionare. Quando ho bisogno di rilassarmi, di riappacificarmi col fuoco della mia mente, mi metto a giocare con i colori su un foglio bianco. Ma non so nulla di tecnica dell’arte, solo qualche nozione arrivata oramai tanti anni fa, quando ancora sedevo in un banco di scuola. Davanti a un quadro, a un’opera d’arte, quindi, ho un solo metro di giudizio: mi emoziona, non mi emoziona. 

Io tra i colori (foto di Sara)

Oggi sono stato a Palazzo Strozzi a vedere la mostra Picasso, Mirò, Dalì. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità e, nonostante lo sforzo di mettere a confronto stili, percorsi, riferimenti culturali (scopo principe dell’esposizione ben curata da Eugenio Carmona e Christoph Vitali), sono rimasto impressionato più che altro dalle scosse emotive che i tre artisti spagnoli riescono a trasmettere. Colori, tratti, curve, espressioni, paesaggi, forme che dalla parete arrivano dritte dritte all’anima.

Non so chi ha influenzato chi nella produzione artistica dei tre. So che alla fine non ho potuto far altro che sedermi al tavolo pieno di pastelli alla fine del percorso e mettermi a disegnare. Dedicando quel guazzabuglio di emozioni colorate a chi, tra qualche mese, ce ne darà di nuove.

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