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Archive for novembre 2012

La storia di Daniel Kouko, centravanti del FiesoleCaldine, serie D. Insultato sugli spalti e in campo per il colore della sua pelle. Qui l’articolo di Ernesto Poesio sul Corriere Fiorentino che ricostruisce la storia, sotto un mio pezzo sempre sul Corriere Fiorentino sulle prime reazioni nel mondo del calcio.

Come Balotelli, anche per le reazioni che la sua storia provoca. In Toscana, e non solo. Perché il grido di Daniel Kouko, 23 anni, attaccante di origini ivoriane del FiesoleCaldine (serie D) un velo almeno l’ha squarciato. Quello dell’indifferenza (e dell’omertà) verso gesti di razzismo che, nella loro ordinarietà, fanno più male di un calcione negli stinchi. «Così non mi diverto più, c0sì smetto di giocare», ha detto più volte Daniel alla fine di partite, dove gli insulti degli avversari e quelli dagli spalti gli hanno fatto saltare nervi (cinque cartellini gialli e due rossi in 11 giornate) e certezze. «L’ho fatto presente all’arbitro, ma lui nemmeno mi ha ascoltato». Per ora l’incoraggiamento dell’allenatore (l’ex viola Stefano Carobbi), dei compagni e della società gli ha dato la forza per continuare a indossare calzoncini e scarpini. Ma se dovesse succedere ancora? «Sospendere le partite — risponde Fabio Bresci, presidente toscano della Figc-Lega Nazionale Dilettanti — servirebbe solo a dare importanza a quegli idioti che si rendono protagonisti di questi gesti assurdi, significherebbe dargliela vinta. Invece con la collaborazione degli arbitri e delle società, si può fare molto di più». Per le offese di stampo razziale, infatti, sono previste multe dai 500 ai 4.000 euro a carico di società che, spesso, a stento riescono a trovare i soldi per comprare le divise. Per Bresci una relazione dettagliata degli arbitri («senza la quale nessun provvedimento è possibile») unita alla necessità dei piccoli club di non vedersi rosicchiare il bilancio da sanzioni continue può far cadere il muro di omertà che alimenta storie come quella di Daniel Kouko. Mano dura, dunque. Ma con la collaborazione di tutti. Dirigenti in primis, «che dovrebbero segnalare i protagonisti degli insulti razzisti sugli spati in modo da avviare le procedure per i Daspo. Solo con l’intervento della giustizia penale, infatti, questi signori possono essere messi a tacere». E per quello che succede in campo? «Lì — sottolinea Renzo Ulivieri, presidente dell’associazione allenatori italiani — ci sono gli arbitri e prendere una decisione giusta in questi casi è molto più importante che fischiare un calcio di rigore o un fuorigioco». «Però — continua — per superare casi gravi come quello del ragazzo del FiesoleCaldine c’è bisogno anche dell’intervento dei compagni di squadra di chi commette gesti razzisti. Li devono isolare, non con violenza, magari tirandogli le orecchie e facendogli capire che stanno facendo una grande cazzata. È una questione culturale, nel calcio come nella vita, questa gente a volte non si rende nemmeno conto di quello che fa, della gravità di certi gesti». Sul ruolo degli arbitri preferisce, invece, non intervenire Stefano Braschi, che ogni domenica decide quale fischietto mandare sui campi di serie A. «Non conosco i dettagli della vicenda — spiega — quindi non mi esprimo sulle scelte da prendere o meno. Gli insulti e i “buuu” però sono una cosa disgustosa, perciò esprimo tutta la mia solidarietà a questo ragazzo. Sinceramente non so se si tratta di razzismo, di idiozia o di sottocultura. Io ho adottato tre bambini sudamericani e mi fa male constatare che ci sono ancora tanti imbecilli a giro, sui campi di calcio e fuori». Un confine, quello tra razzismo e imbecilità, certamente molto sottile. Ma che non può far diventare più «digeribile» la vicenda di Daniel.
Antonio Montanaro

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Una chiacchierata con il giovane scrittore Giovanni Montanaro, vincitore del premio Fiesole under 40 uscita oggi sul Corriere Fiorentino

La copertina di Tutti i colori del mondo

Premessa: Giovanni Montanaro, autore di Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), vincitore del premio Fiesole under 40 e nella cinquina dell’ultimo Campiello (andato poi a Carmine Abate per La collina del vento) e chi scrive, pur avendo lo stesso cognome, non sono parenti. O almeno se dovessero scoprire di esserlo, non ne erano a conoscenza fino a qualche giorno fa. Perché dietro l’accento veneziano di questo ragazzo di 29 anni, di professione avvocato («almeno per ora, poi si vedrà…») e tra i giovani scrittori italiani più talentuosi, ci sono radici campane («la famiglia di mio nonno vive tra Nola e Maddaloni»). Lunghi viaggi, immagini sfocate, racconti dal passato eppur attuali. Come quelli che segnano le 130 pagine di un libro intenso e commovente. «È stato un lavoro lungo, durato quattro anni tra ricerche e attesa che la storia prendesse forma». Tutto nasce dalla scoperta del «paese dei matti», che esiste davvero, in Belgio, nella regione delle Fiandre. «Un giorno ho chiesto a un mio amico fotografo che ha girato il mondo qual è il posto più straordinario che avesse mai visto, mi ha risposto Gheel e mi sono subito incuriosito». I pazzi che vivono nella più grande comunità psichiatrica aperta del mondo (ogni famiglia ne ospita almeno uno, e da secoli) non sono però gli unici protagonisti. «La mia personale, quasi letteraria passione per questo luogo, si intreccia con la figura di Van Gogh e con il personaggio di Teresa Senzasogni, che è arrivata per ultima, scoperta nel pozzo di storie che è Gheel». C’è un periodo della vita del pittore olandese (dal 14 agosto 1879 al 22 giugno 1880) di cui si sa molto poco se non che facesse delle lunghe escursioni in Belgio. Di certo non aveva ancora cominciato a dipingere (aveva 27 anni, comincerà a farlo con costanza dai 30 e fino ai 37, quando morirà). «Mi ha sorpreso che i biografi non fossero incuriositi dal miracolo che lo ha trasformato in un pittore, senza accademie e senza maestri». E allora ecco la domanda chiave su cui si muove tutto il racconto, scritto sotto forma di lettera: chi ha portato i colori a Van Gogh? «L’idea è che li abbia trovati a Gheel, da dove è passato: in quello che per tutti è stato un momento di grande buio della sua vita lui ha scoperto il colore, grazie soprattutto a Teresa». E già, Teresa. Un personaggio (il cui segreto si scoprirà solo nelle ultime pagine) che emoziona e stupisce: «La cosa di cui vado più fiero di questo lavoro è che non si sviluppa per tesi, è un libro che a me è costato moltissimo perché Teresa ha messo in crisi anche me, ha messo in crisi la mia morbosità, la mia voglia di separare, la mia umana necessità di distinguere quello che è normale da quello che non lo è. Allo stesso tempo però Teresa mi ha fatto fare un esercizio di semplificazione, lo stesso che fa fare a Van Gogh, che ha un carattere complesso, involuto e lei gli dice le cose più semplici, gli fa capire che tutto ha un colore». L’umanità che gira intorno ai due protagonisti a volte fa sorridere altre è come uno spillo infilato nella carne viva. E a tratti ricorda le suggestioni di Agota Kristóf: «È la prima volta che me lo fanno notare, in effetti quando ho cominciato a scrivere avevo appena finito di leggere Ieri, che è una storia meravigliosa». Ma Giovanni Montanaro cosa vede nel suo futuro? «Innanzitutto voglio andare, insieme con il mio editore, a visitare Gheel, che ho conosciuto solo attraverso articoli e documenti. Poi ho già in testa altre storie, che però devono ancora svilupparsi». Dolorose come quella di Teresa e Van Gogh? «Vede, la generazione di scrittori intorno ai cinquant’anni, compreso Tiziano Scarpa che all’inizio ha letto le mie cose e mi ha dato consigli utilissimi, aveva una gioia di vivere molto post anni Ottanta, un po’ cazzona. Nella mia generazione invece si avverte più la sofferenza e l’incertezza, per cui si cercano percorsi minimali nella scrittura, percorsi di sensi. Molto umani».

Antonio Montanaro

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Un articolo pubblicato oggi sul Corriere Fiorentino

Nicola Caccia

È stato il primo ragazzino — e lo dice con una punta di orgoglio — che dalla provincia di Napoli è arrivato a Empoli per diventare un calciatore professionista. «Era il 1983, avevo tredici anni — racconta Nicola Caccia — e ho dovuto faticare non poco per convincere mia madre a lasciarmi andare via». Dopo di lui hanno calpestato l’erba del Castellani — tanto per citare i più fortunati — Di Natale, Tavano, Lodi e, soprattutto, Vincenzo Montella. E già, perché con il suo attuale capo (Caccia è tra gli otto dello staff dell’allenatore viola) condivide le radici («le nostre famiglie vivono a cento metri di distanza a Castello di Cisterna, mio padre e il suo lavoravano insieme all’Alfasud») e gli inizi nel mondo del calcio, prima all’Usd San Nicola e poi all’Empoli di Silvano Bini: «Il fatto che io fossi in Toscana già da quattro anni — ricorda — per Vincenzo è stato un piccolo vantaggio, i genitori gli hanno permesso di partire a tredici anni con più tranquillità, sapendo che poteva contare anche su di me». Amici, dunque, quasi fratelli (hanno quattro anni di differenza). Le loro strade si dividono agli inizi degli anni Novanta, quando Nicola si trasferisce a Bari in serie A e Vincenzo comincia a fare capolino in prima squadra, in C1. Per poi ricongiungersi l’estate scorsa, con la rivoluzione in casa Fiorentina: «La sua chiamata a Firenze — spiega — mi ha fatto molto piacere, mi ha chiesto di entrare nella sua squadra ed è davvero un grande onore lavorare con lui». In mezzo quasi trent’anni a fare valanghe di gol sui campi di calcio di mezza Italia, da Nord a Sud: Modena, Ancona, Piacenza, Napoli, Atalanta, Como, Genoa per Caccia. Mentre Montella spicca il volo prima con la Samp e poi con la Roma. «L’unico rammarico che ho — afferma — è quello di non essere mai riuscito a giocarci insieme, secondo me avremmo fatto delle ottime cose, eravamo due attaccanti con caratteristiche diverse, che si sarebbero sposate perfettamente». Ma il passato è passato. E oggi conta solo la Fiorentina, che sta raccogliendo i complimenti di tutti per come gioca: «È un gruppo fantastico, in campo si aiutano e danno il massimo. Gran parte del merito va a Vincenzo che è già riuscito a dare la mentalità vincente alla squadra. In casa e fuori bisogna fare sempre gioco, non si butta mai la palla. Ci si prende qualche rischio, ma ne vale la pena. E poi lui è molto preparato, molto pignolo, cura tutti i particolari, non trascura nulla. Non lo conoscevo sotto questo aspetto, per me è stata una sorpresa. In questi mesi di lavoro al suo fianco ho imparato tanto». Nello staff dell’allenatore viola ognuno ha un compito preciso: «Io curo la tecnica, aiuto i ragazzi a migliorarla, gli faccio fare esercizi a fine allenamento, sempre con il pallone tra i piedi, perché quello che conta è saperlo gestire in ogni fase della partita. Il segreto è quello». Nelle riunioni con Montella — sottolinea — «ognuno di noi dà un contributo specifico, senza pestarci i piedi. Simone Montanaro, per esempio, all’inizio della settimana propone un filmato di dieci minuti con tutte le situazioni tattiche più importanti degli avversari, per realizzarlo ci lavora due giorni. Siamo tutti giovani e motivatissimi, vogliamo fare bene e guidare questa Fiorentina in alto». Dove? «Non ci poniamo obiettivi — risponde — in ritiro la società ci ha chiesto di riportare i tifosi allo stadio, di farli divertire e finora ci siamo riusciti. Certo, l’appetito vien mangiando». Soprattutto quando in campo ci va gente come Jovetic («è un campione, ma può diventare ancora più decisivo»), Roncaglia («è quello che ha fatto più progressi dal punto di vista tecnico»), Pizarro («una garanzia per tutti») o Borja Valero: «Lo avevo visto giocare solo in tv con il Villareal — ammette — ma è quello che mi ha impressionato di più, è intelligente, sa quando deve tenere la palla, quando pressare, quando verticalizzare. Complimenti alla società che è riuscito a portarlo a Firenze». Torniamo a Montella. E al suo carattere schivo, riservato: «È sempre stato così, fin da bambino, pubblicamente non riesce a trasmettere le proprie emozioni. In questo siamo molto diversi, a me piace molto di più scherzare, ridere, stare in allegria. Diciamo che tra tutti e due il napoletano vero sono io. Domenica scorsa mi sono venuti i brividi a sentire lo stadio urlare il suo nome, Vincenzo la gioia la tiene dentro, ma è contento, molto contento di come stanno andando le cose». E la Fiat? Castello di Cisterna? «Mio fratello lavora lì e mi racconta che la situazione sta diventando molto difficile. La nostra è una terra martoriata da vari problemi, se quella fabbrica chiude è una iattura. Io ho avuto la fortuna di fare questo lavoro e devo ringraziare i miei genitori che me lo hanno permesso, ma quando torno dai miei e tocco con mano i problemi mi viene un gran senso di tristezza». Infine, gli amici e la vita a Empoli dove tutti gli ex calciatori tornano per viverci: «Perché si sta bene, io abito a Vinci. È tutto a misura d’uomo». E poi ci sono le partite di calcetto, il giovedì sera, alle otto e mezzo (anche se piove o nevica) con tanti vecchi amici: «Ultimamente ci ho portato anche Vincenzo, per farlo distrarre un po’. Ma — sorride — perde sempre e ora pare che non voglia più venire…». Antonio Montanaro twitter: @mappamondo

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Un pezzullino uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Vista da laggiù, da Castello di Cisterna — il paesone in provincia di Napoli dove è cresciuto e dove vivono papà e fratelli — l’ascesa di Montella in panchina è come una medaglia da appuntarsi sul petto. E di cui andare orgogliosi. Perché lui, lo scugnizzo diventato in pochi mesi l’allenatore più apprezzato (e corteggiato) della serie A, è figlio di quella terra alle pendici del Vesuvio, popolata da contadini e artigiani diventati operai (prima all’Alfasud poi alla Fiat della vicinissima Pomigliano d’Arco) e da operai nati operai, che ora convivono con la crisi e la cassa integrazione a rotazione. Il padre (Nicola, o zi’ Nicola come lo chiamano in paese) è uno di loro: pensionato dopo più di 30 anni in fabbrica, fermo non riesce proprio a starci e passa il tempo a fare il falegname (pare anche con ottimi risultati). A Vincenzo (e agli altri quattro fratelli) ha trasmesso l’umiltà, la misura nei comportamenti, la chiarezza della parola. Caratteristiche comuni alla gente di quelle parti, abituata ad affrontare difficoltà e privazioni. «Da ragazzino — spiega Lorenzo D’Amato, suo primo allenatore e ora direttore generale dell’Usd San Nicola, una sorta di succursale dell’Empoli in Campania — era già più maturo e determinato dei coetanei, non a caso a tredici anni viveva lontano dai genitori per giocare a calcio. Lui è abituato a lavorare sodo e a far fruttare il lavoro che fa». L’ultima volta che hanno visto Montella a Castello di Cisterna è stato il giorno dopo la sfortunata partita contro il Napoli, agli inizi di settembre. Ma il contatto con amici e parenti è costante: telefona, chiede, si informa. E allora nessuno si stupisce per le parole sulla Fiat («se chiudessero gli stabilimenti di Pomigliano sarebbe un disagio notevole, una cosa devastante, sappiamo quanto è difficile la sopravvivenza lì») né per l’imbarazzo con cui domenica ha accolto i cori di entusiasmo della Fiesole («per come sono fatto io, non riesco spesso a farmi prendere dalle emozioni, ma voglio ringraziare i tifosi»).
«Girando i campi della provincia con le nostre squadre giovanili — fa notare D’Amato — mi chiedono spesso se mi aspettassi da Vincenzo un successo così rapido sulla panchina della Fiorentina, io gli rispondo di sì, perché lui era allenatore già quando faceva l’attaccante». Chi lo conosce bene sa che ai complimenti Montella dà il giusto peso, perché il mondo del calcio è più volubile del clima in una foresta tropicale. E allora — dopo le tre vittorie consecutive e il quarto posto — c’è chi giura che in queste ore stia già con la testa al Milan, la squadra per la quale tifava quando era ragazzino (erano i tempi di Van Basten e Gullit) e che qualcuno vede già nel suo futuro. «Sono sicuro che finirà ad allenare una grandissima squadra. Farà strada, farà tanta strada», pronostica Lorenzo D’Amato. E Firenze si augura che quella strada sia colorata — ancora a lungo — di viola.

Antonio Montanaro

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