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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Una mia articolessa uscita oggi sul Corriere Fiorentino

Dal palco della Leopolda Matteo Renzi ha lanciato la volata per le elezioni di primavera. Servizio civile per ragazzi e ragazze, bonus per le famiglie con figli ma anche una dura battaglia contro le fake news. Allo studio c’è una proposta di legge firmata dal capogruppo al Senato Luigi Zanda, ma nell’immediato il Pd “presenterà un rapporto sulle schifezze in Rete ogni 15 giorni “. Detta così può sembrare più una sorta di reazione alla minaccia dei Cinquestelle (nati e cresciuti proprio grazie al tam tam più o meno pilotato del web) che la maturazione di un percorso culturale, prima ancora che politico. Dopo quello che è successo con la Brexit e con l’elezione di Trump, dunque, anche alcuni partiti italiani (Lega e M5S in questo momento fanno spallucce) cominciano a interrogarsi su come le (false) informazioni veicolate dai social network possano influenzare il voto.

Ne ha scritto l’altro giorno il New York Times parlando, in un articolo che ha già messo una contro l’altra le forze politiche, di rischi reali. Paolo Pagliaro in un saggio pubblicato nel marzo scorso (“Punto, fermiamo il declino dell’informazione”) scrive: “Grazie al termine post verità si è finalmente affermata una verità che era da tempo sotto gli occhi di tutti, e cioè che oggi contano più le emozioni che i fatti oggettivi. Più le suggestioni che i pensieri. Più la propaganda che l’informazione. E dunque più le bugie che il racconto veritiero dei fatti”.

Una questione che è come sale sulle ferite per il mondo del giornalismo e, soprattutto, per quello della politica. Può diventare controllore chi ha interesse a far circolare notizie false? Può avere un ruolo chi ha abbandonato, come ha sottolineato il linguista Giuseppe Antonelli, il “paradigma della superiorità” per abbracciare quello del “rispecchiamento” con l’elettorato, abbassando così contenuti e linguaggi del discorso pubblico? Può essere lo smascheratore del falso Renzi che ha basato la sua ascesa nazionale sulla suggestione (storytelling) della “rottamazione” o Berlusconi che sulla favoletta della nipote di Mubarak ha costruito la sua strategia difensiva in Parlamento in uno dei momenti più bui della storia italiana o Di Maio che soffia sul vento dei fotomontaggi per una manciata di voti in più?

Più che a cercare di controllare le informazioni con le leggi la politica dovrebbe individuare strategie per mettere un freno ai “signori delle bufale”, a chi cioè si arricchisce (prima di tutto economicamente e quindi acquisendo potere) con i siti internet che veicolano “schifezze” ad arte. È quello che ha chiesto il ministro dell’Interno Marco Minniti: “Una grande alleanza tra governi e provider contro il malware del terrore e della falsità”. È complicato, si sa: ci sono tanti interessi in gioco. Ma ci si può provare. Anche perché alcuni Paesi hanno tutto l’interesse a non affrontare seriamente il problema, come dimostra l’inchiesta sulle “ingerenze” russe nelle elezioni presidenziali Usa.

Secondo Walter Quattrociocchi, tra gli studiosi più attenti del fenomeno, la battaglia contro le fake news “non è percorribile legislativamente”. “Anche scientificamente – ha spiegato al sito Lettera 43 – la nozione di verità è labile. Al momento non siamo neanche in grado di stabilire se i social siano produttori o solo veicoli di fake news”. Dunque, l’unica risposta possibile è legata a un profondo cambiamento culturale, soprattutto nel rapporto con l’informazione (quella mainstream e quella che circola in Rete). Per individuare le fake news e difendersi ogni cittadino dovrebbe possedere le abilità tipiche del giornalista: andare, per esempio, a verificare l’origine di una notizia, cercare più fonti per avere le conferme necessarie, distinguere tra le fonti. È possibile?

Bruno Mastroianni nel libro “La disputa felice” fa notare come l’informazione sia “oramai il nostro ambiente virale abituale. Non abbiamo alcuna possibilità di essere preservati, abbiamo invece bisogno di strumenti culturali adeguati per imparare a vivere in modo proficuo”. Muoversi – e bene – nel “sovraccarico informativo”: è questa la sfida che investe noi, ma anche le scuole e le università. Che non possono evitare di confrontarsi fino in fondo con nuovi linguaggi e nuove tecnologie, già a pieno titolo nell’universo sociale di ragazzi e ragazze di ogni età. Il piano nazionale per la scuola digitale da solo non basta: deve essere accompagnato da un approccio multi-disciplinare all’insegnamento, che arrivi a coniugare il più possibile la cultura umanistica con quella scientifica. L’obiettivo è far crescere il senso critico almeno nelle nuove generazioni: se appare impossibile, infatti, arginare il flusso di informazioni, bisogna almeno fornire gli strumenti per interpretarle. Ed evitare così l’effetto branco, che porta ad accogliere solo le notizie che confermano le proprie convinzioni.

Ma tocca pure al mondo del giornalismo fare un passo in avanti: dopo il tramonto della “mediazione a priori” c’è da recuperare autorevolezza, che si costruisce nel tempo e la concede l’interlocutore, non si può imporre dall’alto.  Bisogna quindi distinguersi dai distributori di spazzatura con lavori sempre più rigorosi, sia nel linguaggio che nel metodo.

Quella contro le fake news è prima di tutto una battaglia culturale. Non a caso nei Paesi in cui l’indice di fiducia nei confronti delle istituzioni e della stampa è più alto il fenomeno appare sotto controllo. In pratica, bisogna allontanarsi dai pregiudizi (cognitivi e non) e uscire dai recinti d’odio post-ideologico, che tanti spazi occupano oggi nelle nostre società. Ce la faremo?

Antonio Montanaro

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Un articolo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

mian

Salvini, Mian e Ceccardi

Ama ripetere: «La felicità non è di sinistra, ma quasi…». E per entrare nel favoloso mondo di Maurizio Mian bisogna allacciarsi le cinture e partire proprio da quel «quasi». Perché l’eccentrico imprenditore pisano, 61 anni il 25 marzo, nella sua vita è stato e continua a essere uno, nessuno, centomila.
Soprattutto in politica: quasi radicale (nel 2006 è stato candidato al Comune di Pisa con la «Rosa nel pugno» e pare che Marco Pannella, prima di rassegnarsi alla sua incostanza, lo adorasse); quasi piddino e bersaniano quando nel 2012 sborsando circa 7 milioni diventa socio di maggioranza de l’Unità («Volevo lanciare attraverso il giornale il mio progetto di felicità, ma il partito mi ha trattato come un bancomat», si è sfogato qualche mese dopo il fallimento dell’operazione e del giornale); quasi grillino dopo aver comprato all’asta su eBay per 10.150 euro il Piaggio Mp3 nero con cui Alessandro Di Battista — nome di battaglia Dibba — ha girato l’Italia in estate («Cosa vedo di buono nel M5S? Per ora restiamo a questa iniziativa. Mi sembra bello dare una mano, vediamo che succede. Sono uno che fa esplorazioni. Per lo meno con 10 mila euro loro mi hanno dato una moto. Dall’Unità con una cifra mille volte superiore mi hanno lasciato solo delusioni», ha detto al Tirreno); infine quasi leghista, perché ieri mattina è partito di buon ora da Cascina insieme alla sindaca Susanna Ceccardi per incontrare il leader del Carroccio Matteo Salvini (è stata lei stessa a pubblicare una foto di tutti e tre su Facebook con un’emblematica didascalia: «Dallo scooter… alla ruspa»).
Si sono fermati a chiacchierare per più di un’ora a Palazzo Marino. Di cosa? «Di tutto, dalla politica nazionale a quella locale — spiega la giovane pasionaria anti unioni civili — era da tempo che me lo chiedeva. Avevamo programmato da qualche mese questo viaggio, voleva conoscere il Trump italiano». Anche quasi trumpista, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Maurizio Mian è diventato Maurizio Mian soprattutto per una bufala messa in giro da lui stesso: quella del cane Gunther, il suo pastore tedesco, che avrebbe ereditato da una teutonica nobildonna la cifra di 150 milioni di marchi. L’eredità vera invece è quella che gli ha lasciato la madre, Gabriella Gentili, a capo di un impero farmaceutico con svariati brevetti poi venduto agli americani della Merck Sharp & Dohme.
In quel mare di quattrini Mian naviga a gonfie vele con la Gunther Corporation, società che ha interessi in vari settori, tra cui gli immobili di lusso e la produzione di programmi televisivi. A Miami ha una villa che è stata di Madonna, dove si rifugia quando non ne può più dell’umidità che arriva dall’Arno. L’unico punto fermo della sua vita bohémien è il calcio, il Pisa nello specifico. Sua mamma andava in curva con gli ultras e lui nel 2002 se l’è comprato il club nerazzurro, per poi rivenderlo tre anni dopo. Quest’estate ha fiutato l’aria frizzantina che tirava sotto la Torre per lanciarsi nel ciclone dei possibili acquirenti della società. Per qualche giorno è stato perfino quasi presidente. Poi si è tirato fuori. Farà così anche con i trumpisti Grillo e Salvini?

Antonio Montanaro

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Un mio pezzetto uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Petaloso fa rima con fantasioso, giocoso. Due aggettivi-pilastro in quell’universo bambinesco fatto di colori e spontaneità, che spesso noi adulti, condizionati dalla lente opaca della nostalgia, tendiamo a sottovalutare. La lettera del piccolo Matteo da Ferrara — come fa giustamente notare il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini — ha ridato per un attimo il sorriso a una comunità (quella italiana) impegnata in queste ore a litigare su anglicismi (uno per tutti: stepchild adoption) e su diritti più o meno estendibili (inclusi quelli degli stessi minori). In poche ore l’hashtag ‪#‎petaloso‬ ha invaso i nostri profili Facebook e Twitter, rilanciato anche dal presidente del Consiglio Renzi, da ministri, linguisti, intellettuali, scrittori. Un applauso corale (no, standing ovation proprio no) a una parola che accende l’immaginazione di tutti: nonni, genitori, figli. Petaloso entrerà per social-acclamazione nella prima nuova edizione utile di un vocabolario, ne siamo sicuri. Ma Matteo (il piccolo Matteo) ci pone anche una questione importante, politica (nel senso più ampio del termine): ma noi i bambini li ascoltiamo davvero? Le nostre città, per esempio, sono pensate per le loro esigenze? E le nostre leggi sono scritte in una lingua comprensibile a tutti, anche a loro? Perché è giusto e legittimo emozionarsi per la lettera di un bambino, ma sarebbe ancora più bello se anche in Parlamento, nelle piazze, nei Consigli comunali, potessero trovare casa parole più «petalose».

Antonio Montanaro

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Manuel Vargas

Manuel Vargas

Sei anni, venticinque gol e una marea di tatuaggi su quei 183 centimetri di muscoli che — a dire il vero — in alcuni momenti della sua storia in viola un po’ mollicci lo sono anche stati.   «Avrei voluto chiudere la carriera nella città che mi ha adottato, spero di restare nei vostri cuori quanto la maglia viola e Firenze rimarranno nel mio», scrive «El Loco» sul suo profilo Instagram a poche ore dallo sbarco a Siviglia, sponda Betis.

Sei anni si diceva, durante i quali non si è visto un solo Juan Manuel Vargas, ma almeno quattro (più il famoso cugino che il 23 gennaio del 2011 guidava il Porsche Cayenne capottato al Poggio Imperiale).  Per sintetizzare: il fenomeno che  nei primi due anni (2008-2009) alla Fiorentina incanta tutti con un sinistro elegante e potente, con cross precisi per la testa degli attaccanti (soprattutto Gilardino), con  saette imparabili da trenta-quaranta metri; il giocatore normale che gioca sia da terzino che da esterno alto, passando dai sette ai quattro in pagella al ritmo di una baciata; il fantasma appesantito dalle notti brave e dagli intrighi d’amore (in Perù per mesi le riviste hanno insistito sulla love story con la coniglietta di Playboy Tilsa Lozano); infine il calciatore trentenne recuperato  da Montella, in grado di essere leader in campo e nello spogliatoio, indossando più volte la fascia di capitano.  (altro…)

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Un mio articolo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Fin quando rimangono nel solco del folklore calcistico, le uscite di Piero Camilli, patron del Grosseto, possono pure risultare simpatiche. Perché riportano alla mente le gesta dei presidenti anni Ottanta: quelli che l’amalgama è un calciatore da acquistare chissà dove, quelli che ventisei chili di sale sparsi sul campo o un pellegrinaggio al santuario di Montenero possono bastare a evitare una retrocessione. Fin quando, dunque, si tratta di uno, due, tre, anche cinque allenatori esonerati, siamo nel novero delle scelte legittime del proprietario di un club. Ma se ad essere cacciati via — con una mail in cui si comunica la sospensione dell’accredito — sono uno, due, addirittura tre cronisti che hanno semplicemente raccontato (con computer e macchina fotografica) l’indecoroso spettacolo andato in scena sabato scorso in tribuna e nel parcheggio dello stadio Zecchini, la faccenda diventa molto seria. Perché non solo viene negato il diritto e la libertà di informazione, sanciti (ricordarlo non fa mai male) dalla nostra Costituzione, ma vengono anche offesi sia la dignità che il lavoro di tre colleghi (Fiorenzo Linicchi, Giancarlo Mallarini, Matteo Alfieri). La prevaricazione, la prepotenza, l’intimidazione sono pratiche da rifiutare sempre, in qualunque contesto e anche nel mondo dello sport. Il presidente Camilli, oltre a dare il cattivo esempio (sia sabato che nei giorni successivi) ha creato un precedente pericoloso, che va condannato. A tutti i livelli. I cdr, l’Associazione Stampa Toscana, l’Ussi lo hanno fatto, chiedendo la revoca di quelle decisioni. Ma finora è servito a poco: i tre colleghi di fatto non sono in condizioni di svolgere serenamente il proprio lavoro. Cose che possono sembrare «normali» solo in ambienti dove la pratica democratica è gravemente compromessa.

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Sicurezza di sinistra

Una lettera molto interessante (che si riallaccia anche al discorso del precedente post) pubblicata da Repubblica. La condivido in pieno.

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