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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Un articolo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

mian

Salvini, Mian e Ceccardi

Ama ripetere: «La felicità non è di sinistra, ma quasi…». E per entrare nel favoloso mondo di Maurizio Mian bisogna allacciarsi le cinture e partire proprio da quel «quasi». Perché l’eccentrico imprenditore pisano, 61 anni il 25 marzo, nella sua vita è stato e continua a essere uno, nessuno, centomila.
Soprattutto in politica: quasi radicale (nel 2006 è stato candidato al Comune di Pisa con la «Rosa nel pugno» e pare che Marco Pannella, prima di rassegnarsi alla sua incostanza, lo adorasse); quasi piddino e bersaniano quando nel 2012 sborsando circa 7 milioni diventa socio di maggioranza de l’Unità («Volevo lanciare attraverso il giornale il mio progetto di felicità, ma il partito mi ha trattato come un bancomat», si è sfogato qualche mese dopo il fallimento dell’operazione e del giornale); quasi grillino dopo aver comprato all’asta su eBay per 10.150 euro il Piaggio Mp3 nero con cui Alessandro Di Battista — nome di battaglia Dibba — ha girato l’Italia in estate («Cosa vedo di buono nel M5S? Per ora restiamo a questa iniziativa. Mi sembra bello dare una mano, vediamo che succede. Sono uno che fa esplorazioni. Per lo meno con 10 mila euro loro mi hanno dato una moto. Dall’Unità con una cifra mille volte superiore mi hanno lasciato solo delusioni», ha detto al Tirreno); infine quasi leghista, perché ieri mattina è partito di buon ora da Cascina insieme alla sindaca Susanna Ceccardi per incontrare il leader del Carroccio Matteo Salvini (è stata lei stessa a pubblicare una foto di tutti e tre su Facebook con un’emblematica didascalia: «Dallo scooter… alla ruspa»).
Si sono fermati a chiacchierare per più di un’ora a Palazzo Marino. Di cosa? «Di tutto, dalla politica nazionale a quella locale — spiega la giovane pasionaria anti unioni civili — era da tempo che me lo chiedeva. Avevamo programmato da qualche mese questo viaggio, voleva conoscere il Trump italiano». Anche quasi trumpista, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Maurizio Mian è diventato Maurizio Mian soprattutto per una bufala messa in giro da lui stesso: quella del cane Gunther, il suo pastore tedesco, che avrebbe ereditato da una teutonica nobildonna la cifra di 150 milioni di marchi. L’eredità vera invece è quella che gli ha lasciato la madre, Gabriella Gentili, a capo di un impero farmaceutico con svariati brevetti poi venduto agli americani della Merck Sharp & Dohme.
In quel mare di quattrini Mian naviga a gonfie vele con la Gunther Corporation, società che ha interessi in vari settori, tra cui gli immobili di lusso e la produzione di programmi televisivi. A Miami ha una villa che è stata di Madonna, dove si rifugia quando non ne può più dell’umidità che arriva dall’Arno. L’unico punto fermo della sua vita bohémien è il calcio, il Pisa nello specifico. Sua mamma andava in curva con gli ultras e lui nel 2002 se l’è comprato il club nerazzurro, per poi rivenderlo tre anni dopo. Quest’estate ha fiutato l’aria frizzantina che tirava sotto la Torre per lanciarsi nel ciclone dei possibili acquirenti della società. Per qualche giorno è stato perfino quasi presidente. Poi si è tirato fuori. Farà così anche con i trumpisti Grillo e Salvini?

Antonio Montanaro

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Un mio pezzetto uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Petaloso fa rima con fantasioso, giocoso. Due aggettivi-pilastro in quell’universo bambinesco fatto di colori e spontaneità, che spesso noi adulti, condizionati dalla lente opaca della nostalgia, tendiamo a sottovalutare. La lettera del piccolo Matteo da Ferrara — come fa giustamente notare il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini — ha ridato per un attimo il sorriso a una comunità (quella italiana) impegnata in queste ore a litigare su anglicismi (uno per tutti: stepchild adoption) e su diritti più o meno estendibili (inclusi quelli degli stessi minori). In poche ore l’hashtag ‪#‎petaloso‬ ha invaso i nostri profili Facebook e Twitter, rilanciato anche dal presidente del Consiglio Renzi, da ministri, linguisti, intellettuali, scrittori. Un applauso corale (no, standing ovation proprio no) a una parola che accende l’immaginazione di tutti: nonni, genitori, figli. Petaloso entrerà per social-acclamazione nella prima nuova edizione utile di un vocabolario, ne siamo sicuri. Ma Matteo (il piccolo Matteo) ci pone anche una questione importante, politica (nel senso più ampio del termine): ma noi i bambini li ascoltiamo davvero? Le nostre città, per esempio, sono pensate per le loro esigenze? E le nostre leggi sono scritte in una lingua comprensibile a tutti, anche a loro? Perché è giusto e legittimo emozionarsi per la lettera di un bambino, ma sarebbe ancora più bello se anche in Parlamento, nelle piazze, nei Consigli comunali, potessero trovare casa parole più «petalose».

Antonio Montanaro

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Manuel Vargas

Manuel Vargas

Sei anni, venticinque gol e una marea di tatuaggi su quei 183 centimetri di muscoli che — a dire il vero — in alcuni momenti della sua storia in viola un po’ mollicci lo sono anche stati.   «Avrei voluto chiudere la carriera nella città che mi ha adottato, spero di restare nei vostri cuori quanto la maglia viola e Firenze rimarranno nel mio», scrive «El Loco» sul suo profilo Instagram a poche ore dallo sbarco a Siviglia, sponda Betis.

Sei anni si diceva, durante i quali non si è visto un solo Juan Manuel Vargas, ma almeno quattro (più il famoso cugino che il 23 gennaio del 2011 guidava il Porsche Cayenne capottato al Poggio Imperiale).  Per sintetizzare: il fenomeno che  nei primi due anni (2008-2009) alla Fiorentina incanta tutti con un sinistro elegante e potente, con cross precisi per la testa degli attaccanti (soprattutto Gilardino), con  saette imparabili da trenta-quaranta metri; il giocatore normale che gioca sia da terzino che da esterno alto, passando dai sette ai quattro in pagella al ritmo di una baciata; il fantasma appesantito dalle notti brave e dagli intrighi d’amore (in Perù per mesi le riviste hanno insistito sulla love story con la coniglietta di Playboy Tilsa Lozano); infine il calciatore trentenne recuperato  da Montella, in grado di essere leader in campo e nello spogliatoio, indossando più volte la fascia di capitano.  (altro…)

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Un mio articolo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Fin quando rimangono nel solco del folklore calcistico, le uscite di Piero Camilli, patron del Grosseto, possono pure risultare simpatiche. Perché riportano alla mente le gesta dei presidenti anni Ottanta: quelli che l’amalgama è un calciatore da acquistare chissà dove, quelli che ventisei chili di sale sparsi sul campo o un pellegrinaggio al santuario di Montenero possono bastare a evitare una retrocessione. Fin quando, dunque, si tratta di uno, due, tre, anche cinque allenatori esonerati, siamo nel novero delle scelte legittime del proprietario di un club. Ma se ad essere cacciati via — con una mail in cui si comunica la sospensione dell’accredito — sono uno, due, addirittura tre cronisti che hanno semplicemente raccontato (con computer e macchina fotografica) l’indecoroso spettacolo andato in scena sabato scorso in tribuna e nel parcheggio dello stadio Zecchini, la faccenda diventa molto seria. Perché non solo viene negato il diritto e la libertà di informazione, sanciti (ricordarlo non fa mai male) dalla nostra Costituzione, ma vengono anche offesi sia la dignità che il lavoro di tre colleghi (Fiorenzo Linicchi, Giancarlo Mallarini, Matteo Alfieri). La prevaricazione, la prepotenza, l’intimidazione sono pratiche da rifiutare sempre, in qualunque contesto e anche nel mondo dello sport. Il presidente Camilli, oltre a dare il cattivo esempio (sia sabato che nei giorni successivi) ha creato un precedente pericoloso, che va condannato. A tutti i livelli. I cdr, l’Associazione Stampa Toscana, l’Ussi lo hanno fatto, chiedendo la revoca di quelle decisioni. Ma finora è servito a poco: i tre colleghi di fatto non sono in condizioni di svolgere serenamente il proprio lavoro. Cose che possono sembrare «normali» solo in ambienti dove la pratica democratica è gravemente compromessa.

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Sicurezza di sinistra

Una lettera molto interessante (che si riallaccia anche al discorso del precedente post) pubblicata da Repubblica. La condivido in pieno.

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