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renzi343343E se quello del 4 dicembre fosse anche un referendum sul linguaggio politico e sulla sua indicazione geografica tipica? Semplificando: da una parte il  sì «toscano» di Renzi e del Pd, dall’altra il no «centro-meridionale» dei Cinque Stelle (e dei suoi uomini simbolo).  Michele Cortelazzo è accademico della Crusca e docente di Linguistica italiana all’Università di Padova. Sabato 1 ottobre alla Piazza delle Lingue (il festival dell’Accademia in corso a Firenze) terrà una relazione sul tema: «La stagione di Renzi, il toscano nella politica».
Professore in che modo il premier di Rignano sull’Arno ha toscanizzato il linguaggio politico italiano?
«Non è tanto una questione di termini o di espressioni, quanto di caratteristiche che arrivano direttamente dalla tradizione culturale fiorentina e più in generale toscana».
Ci spieghi…
«La spontaneità, la narratività, che non è solo storytelling, l’attitudine dialogica, sono elementi tipici della sua regione d’origine: Renzi li possiede e li utilizza tutti. Inoltre parla sempre a braccio, anche se su un’intelaiatura costruita a tavolino, e lo fa con una sicurezza nell’uso dell’italiano che solo i toscani hanno. Non a caso quando ha provato a farlo in inglese l’effetto è stato praticamente opposto…».
La sinistra, anche del Pd, però gli rimprovera di aver semplificato troppo la politica, a partire proprio dal linguaggio…
«Renzi dà il meglio di sé quando attinge dalla cultura pop, dalle canzoni, dai luoghi comuni, dai riferimenti della società dei consumi: quando invece cerca delle citazioni più elevate spesso cade nella gaffe. La toscanità è il suo atteggiamento di fondo, anche nella ricerca della battuta rapida e arguta che taglia fuori l’approfondimento. Poi c’è un altro dato da non trascurare: la simpatia che riscuote è anche conseguenza dell’affermarsi sulla scena nazionale negli anni Novanta-Duemila di una generazione di comici e uomini di spettacolo come Panariello, Pieraccioni, Conti che hanno reso familiare il toscano».
Cosa è cambiato allora da Berlusconi a Renzi?
«Negli ultimi venti-trenta anni la lingua della politica si è completamente modificata perché si è passati dal modello della superiorità, dove il politico era un po’ il maestro, quello che ne sapeva più dell’elettorato, a un modello per rispecchiamento, nel quale il politico si mette sullo stesso piano dell’elettorato. E in questo Renzi si è mosso nella scia aperta anni fa da Berlusconi. Con la novità che, oltre la tv, usa in modo molto efficace anche i social network. Bersani, per esempio, ha cercato di uscire dalla ieraticità di un certo linguaggio politico, ma è rimasto sempre dentro quegli schemi che Renzi poi ha definitivamente rotto pure a sinistra. Senza però — e bisogna dargliene atto — cadere nella volgarità dei Cinque Stelle».
A proposito, se la politica del premier parla toscano, che indicazione geografica hanno le parole dei grillini?
«Nonostante il leader sia ligure, direi che la parlata dominante è senza alcun dubbio quella del centro-sud. Nessuno ricorda i discorsi della Appendino, Pizzarotti o Nogarin. Mentre le cronache sono ricche delle uscite dei vari Di Maio, Di Battista, Fico, Raggi».

Antonio Montanaro 

Articolo uscito sul Corriere Fiorentino del 30 settembre 2016

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Un mio pezzetto uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Petaloso fa rima con fantasioso, giocoso. Due aggettivi-pilastro in quell’universo bambinesco fatto di colori e spontaneità, che spesso noi adulti, condizionati dalla lente opaca della nostalgia, tendiamo a sottovalutare. La lettera del piccolo Matteo da Ferrara — come fa giustamente notare il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini — ha ridato per un attimo il sorriso a una comunità (quella italiana) impegnata in queste ore a litigare su anglicismi (uno per tutti: stepchild adoption) e su diritti più o meno estendibili (inclusi quelli degli stessi minori). In poche ore l’hashtag ‪#‎petaloso‬ ha invaso i nostri profili Facebook e Twitter, rilanciato anche dal presidente del Consiglio Renzi, da ministri, linguisti, intellettuali, scrittori. Un applauso corale (no, standing ovation proprio no) a una parola che accende l’immaginazione di tutti: nonni, genitori, figli. Petaloso entrerà per social-acclamazione nella prima nuova edizione utile di un vocabolario, ne siamo sicuri. Ma Matteo (il piccolo Matteo) ci pone anche una questione importante, politica (nel senso più ampio del termine): ma noi i bambini li ascoltiamo davvero? Le nostre città, per esempio, sono pensate per le loro esigenze? E le nostre leggi sono scritte in una lingua comprensibile a tutti, anche a loro? Perché è giusto e legittimo emozionarsi per la lettera di un bambino, ma sarebbe ancora più bello se anche in Parlamento, nelle piazze, nei Consigli comunali, potessero trovare casa parole più «petalose».

Antonio Montanaro

Un mio pezzo uscito stamattina sul Corriere Fiorentino

Call-center1

Un venerdì di metà dicembre, tempo di feste. E di tasse. Mi sveglio con un doppio obiettivo: pagare la rata della Tasi e capire per quale motivo non mi è ancora arrivato il bollettino della Tari (leggo che bisogna saldare entro il 31 dicembre, io mi sono trasferito in questa casa ad aprile, come devo fare?). Mentre preparo il caffè chiamo lo 055 055 («il contact center integrato del territorio fiorentino»). Signorina gentile: «La scadenza è quella, ma io non posso aiutarla, deve chiamare Quadrifoglio, le do il numero verde». Prendo la penna e segno: 80048… Ops, ma questo vale per i telefoni fissi, io ho solo un cellulare. Vado sul sito di Quadrifoglio e trovo il numero per me. Lo faccio e dopo un’attesa minima risponde una signora dai modi spicci: «Mi dispiace, questo è l’ufficio raccolta rifiuti, le lascio i contatti di chi si occupa della Tari». Ok, via, sono rimbambito: riproviamo. Intanto si son fatte le 10: nulla, è occupato, non riesco nemmeno a entrare in contatto con una fredda voce registrata. Hanno raggiunto il numero massimo di chiamate, suppongo.

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Andamento Tullio

Una chiacchierata con il maestro Tullio De Piscopo, pubblicata oggi sul Corriere Fiorentino

piscopo2«Da bambino, prima di andare a letto fantasticavo: farò questo, farò quello. Molti di quei sogni si sono avverati, altri no. Ma ho ancora un bel po’ di tempo…».  Tullio De Piscopo il prossimo 24 febbraio compirà settant’anni, cinquanta dei quali passati in giro per il mondo a suonare con la sua batteria. E fa strano che un jazzista apprezzato a livello internazionale, napoletano verace, maestro delle percussioni abituato agli «alelai bum bum» della vita, scelga proprio la Toscana (e la Versilia) per iniziare il tour celebrativo — per i 50 anni di carriera, appunto — «Ritmo & Passione».

Lui la spiega così: «Cercavo un posto tranquillo dove fare le prove, non volevo scocciature, gente che entrava e usciva dal teatro, un posto con il mare vicino, perché il mare per me è importante, mi rilassa». Domani sera, dunque, al Teatro Comunale di Pietrasanta Tullio De Piscopo inizierà un nuovo viaggio, l’ennesimo. Questa volta insieme a Joe Amoruso e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare. «C’è Napoli, ma non solo. In questo spettacolo, come nel triplo cd Musica senza padroni 1965-2015, ho voluto lasciare traccia del suono che nasce dalla collaborazione tra musicisti, dal sentimento, dalla sperimentazione. Così magari i giovani capiranno come si suonava un tempo, come si registrava: c’era un lavoro di gruppo, di arrangiamenti. Il sound non era nella marca degli strumenti ma nelle nostre mani, nel nostro cuore».

Parla come un santone Tullio De Piscopo, e se lo può permettere. Perché pochi in Italia vantano collaborazioni così importanti e variegate. Dal jazz al pop, dal blues alla dance. Quincy Jones, Astor Piazzolla, Chet Baker, Billy Cobham, Gil Evans, Gato Barbieri, Fabrizio De André, Nanà Vasconcelos, Vinicius De Moraes, Gerry Mulligan, tanto per cintarne qualcuno da una lista lunghissima. E poi c’è Pino Daniele, che lo riporta qui in Toscana, in Maremma, ai giorni passati a chiacchierare e a «creare» nella villa di Magliano, dove «l’uomo in blues» ha trascorso le ultime ore prima del malore e dell’assurda corsa verso la morte. «Quando lo andavo a trovare — racconta Tullio — voleva sempre che dormissi da lui, niente albergo. E tiravamo fino a notte suonando, scrivendo, confrontandoci». D’altronde lui e Pino Daniele hanno condiviso con Rino Zurzolo, Tony Esposito, Joe Amoruso, James Senese, gli anni incredibili del «Neapolitan power»: «Non so spiegare a parole quello che succedeva quando suonavamo insieme, era alchimia pura, una magia irripetibile. Pino riusciva a ottenere il massimo dal talento di ognuno di noi, non penso sia possibile replicare quell’esperienza. Probabilmente non abbiamo ancora la misura di quanto sia stato grandioso quel momento, anche in termini di linguaggio, non solo musicale. Chi vuole scrivere canzoni in napoletano, per esempio, non può non avere come riferimento la poesia di Pino Daniele». Per Tullio De Piscopo la fotografia di quegli anni è il brano Toledo, che non a caso ha inserito nella super raccolta uscita il 13 novembre scorso.

Ma torniamo alla Toscana, terra di affetti («una sorella di mio padre stava a Livorno e ci venivo spesso da bambino») e di ricordi piacevoli: «Nelle mie prime serate, quando ero giovincello, suonavo spesso in un night club del centro di Firenze, il “Pozzo di Beatrice”. Erano gli anni Sessanta-Settanta, la città era bellissima, si respirava un’atmosfera frizzante. Poi ci sono tornato molte volte per i festival dell’Unità che avevano sempre una sezione dedicata al jazz. Proprio grazie al responsabile cultura dell’Arci ho assaggiato per la prima volta la bistecca fiorentina, ora ogni volta che passo da Pistoia, dove c’è l’azienda che mi costruisce i piatti per la batteria, non posso fare a meno di mangiarla».
La banda De Piscopo è a Pietrasanta da domenica mattina («voglio preparare bene ogni particolare»). Ma un musicista che ha collaborato con i mostri sacri del jazz e del pop («mi manca solo Miles Davis, ma quante volte ho suonato dietro i suoi dischi per cercare di entrare nel suo suono») non si vergogna un po’ ad aver partecipato più volte al Festival di Sanremo? «E perché dovrei? Rifarei tutto quello che ho fatto. Se non ci fosse stato Andamento lento non sarei mai riuscito a comprare quella casa che la mia famiglia meritava. Prima di Andamento lento nessuno mi dava una camera d’albergo dopo le serate: gli artisti americani avevano il Grand Hotel e io dopo i concerti dormivo in macchina».

Un ragazzino di 70 anni: a parlarci Tullio De Piscopo dà questa sensazione. Anche quando racconta la consacrazione agli occhi della madre («Un giorno venne a Milano e le presentai Mike Bongiorno a un evento Ferrari, mi guardò e mi disse: allora se lo conosci sei veramente famoso») o di quando portava con sé nella sala prove di Formia Pietro Mennea, conosciuto a pranzo nel vicino centro Coni («Un grande uomo, un uomo del Sud anche lui: mi chiedeva ma come fai a suonare così? E io gli rispondevo: come fai tu a essere così veloce in pista»). Infine un pensiero per i ragazzi del Duemila: «Noi avevamo i night club, le balere dove crescere e formarci. Oggi queste esperienze mancano e si vede. Certo, puoi mettere una canzone su Internet, a disposizione di tutti, ma poi devi fare in modo che la ascoltino e non è affatto facile. A me viene un nervoso quando dicono ti ho mandato una email con una traccia audio, mi mandi il tuo pezzo? A proposito, che fine hanno fatto le care vecchie Bic?». Ma questa è un’altra storia. O quasi.

Antonio Montanaro

Al campo di San Marcellino

Al campo di San Marcellino

Laura Paoletti, la prima team manager donna ad andare in panchina nella storia della serie A, è seduta a gambe incrociate sul prato sintetico del campo di allenamento di San Marcellino. È appena dietro Sauro Fattori, il mister della Fiorentina Women’s Football Club: ascolta, osserva, confabula con le altre collaboratrici mentre le ragazze si allenano sotto il sole delle quattro del pomeriggio. È lei il trait d’union tra il viola dei maschi e quello delle donne. Lei che lo scorso anno ha girato gli stadi d’Italia e di mezza Europa con Montella, Borja, Pizarro e che ora metterà a disposizione, da club manager, le sue competenze in una nuova avventura: «Dalle giovanili alla prima squadra, la mia esperienza nel mondo del calcio è quasi completa. Ho imparato tanto e lo metterò in pratica con loro», racconta mentre osserva le magliette bianche che spostano la porta per la partitella. Continua a leggere »

Manuel Vargas

Manuel Vargas

Sei anni, venticinque gol e una marea di tatuaggi su quei 183 centimetri di muscoli che — a dire il vero — in alcuni momenti della sua storia in viola un po’ mollicci lo sono anche stati.   «Avrei voluto chiudere la carriera nella città che mi ha adottato, spero di restare nei vostri cuori quanto la maglia viola e Firenze rimarranno nel mio», scrive «El Loco» sul suo profilo Instagram a poche ore dallo sbarco a Siviglia, sponda Betis.

Sei anni si diceva, durante i quali non si è visto un solo Juan Manuel Vargas, ma almeno quattro (più il famoso cugino che il 23 gennaio del 2011 guidava il Porsche Cayenne capottato al Poggio Imperiale).  Per sintetizzare: il fenomeno che  nei primi due anni (2008-2009) alla Fiorentina incanta tutti con un sinistro elegante e potente, con cross precisi per la testa degli attaccanti (soprattutto Gilardino), con  saette imparabili da trenta-quaranta metri; il giocatore normale che gioca sia da terzino che da esterno alto, passando dai sette ai quattro in pagella al ritmo di una baciata; il fantasma appesantito dalle notti brave e dagli intrighi d’amore (in Perù per mesi le riviste hanno insistito sulla love story con la coniglietta di Playboy Tilsa Lozano); infine il calciatore trentenne recuperato  da Montella, in grado di essere leader in campo e nello spogliatoio, indossando più volte la fascia di capitano.  Continua a leggere »

Un pezzullo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

La famiglia di Pepito

La famiglia di Pepito

Nonne, cugini, sorelle, nipoti, zii: in canottiera sotto una foto della nazionale colombiana. O in maniche di camicia davanti all’albero di Natale. Ogni foto è Paese. La Colombia di Cuadrado, con i suoi colori forti e  l’allegria di  una cumbia. Il New Jersey  (Stati Uniti) di Pepito Rossi, con  il calore del legno alle pareti e gli sguardi fieri degli italiani d’America. Ritratti di famiglia: chissà Rembrandt come li avrebbe dipinti i signori del pallone. «A ciascuno il suo» direbbe Leonardo Sciascia. Ma questo non è un giallo. Anche se, probabilmente, solo il fiuto di un detective sarebbe in grado di svelare il mistero di Mario Gomez: ma quel naso e quegli occhi che spuntano da un mare di schiuma costipato in una vasca da bagno  sono davvero del tedesco o di un hacker coreano convinto di essere sul profilo Facebook di un dirigente della Sony? Buon Natale a tutti: «Frohe, schöne und weiße Weihnachten an alle!». E c’è chi gli risponde: «Attento porca miseria a non infortunarti mentre esci dalla vasca scivolando… Ogni volta che fai qualcosa mi viene un colpo al cuore…». Più esplicita invece la richiesta di una ragazza italiana: «Mario, perché non ti presenti così sotto il mio albero? Con meno schiuma, grazie». Cosa  ne penserà la bella Carina Wanzung? Potere dei social network, che permettono di abbattere ogni barriera. Anche (e soprattutto) quella del pudore.  Per fortuna c’è Borja Valero: sempre misurato, mai fuori posto. Perfino nelle decine di  immagini con  tema giratine a Firenze che  pubblica su Instagram.

Ritratto della famiglia Cuadrado

Ritratto della famiglia Cuadrado

Per gli auguri di Natale ha deciso di coinvolgere non i due pargoli — oramai conosciutissimi dal  popolo dei «like» — ma altri  componenti della famiglia (a giudicare dalla somiglianza, la sorella della moglie Rocio). A proposito, Pepito in questi giorni di festa è particolarmente attivo  in modalità social. Oltre ai video   mentre fa da allenatore a un gruppo di ragazzini americani, ha postato le immagini del cugino e della sorella minore: «The best people in the entire world». Nice to meet you.  Infine Gonzalo Rodriguez, che —  dall’altra parte del mondo — ci mostra le acrobazie in piscina insieme alla nipotina. Coraggio, mancano ancora una decina di giorni alla ripresa del campionato…