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Posts Tagged ‘Smiths’

Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino di oggi

C’era una volta un suddito. E la regina morta (The queen is dead). Estate 1986: giugno, luglio. O giù di lì. Ci sono i mondiali di calcio in Messico, quelli della mano de Dios. La puntina sul vinile suona le parole di un occhialuto ragazzo di Manchester: «Caro Charles, non hai mai provato un gran desiderio/ di apparire sulla prima pagina del Daily Mail/ vestito con il velo nuziale di tua madre? (…)/ È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Come ci sia finito quel disco grigio-verde lì non si sa. Lo avrà dimenticato Checco, l’immancabile amico rockettaro. D’altronde non si può vivere di soli Duran Duran e Spandau Ballet. O di Madonna, Vasco, De Gregori.  Steve Patrick Morrissey canta e la chitarra di Johnny Marr è un graffio che fa da guida, frase dopo frase, in giornate incasinate come un cubo di Rubik. Maradona batte la Germania nella finale di Città del Messico, Gorbaciov in piena perestroika annuncia il ritiro dell’Urss dall’Afghanistan e in Italia Craxi, dopo aver battuto il record di durata di un governo, comincia a traballare sotto i colpi di Ciriaco De Mita.  Sono i tempi della Milano da bere. «E sul margine ci si sente proprio soli / La vita è veramente lunga, quando si è soli». Si chiamano The Smiths e quel nome Marr e Morrissey lo scelgono proprio perché hanno bisogno di un tratto identificativo preso dalla «vita comune» in contrasto con l’enfasi degli anni Ottanta. Il loro connubio creativo finisce però nel 1987 (dopo appena cinque anni) con Strangeways, here we come. Le copertine dei loro sei dischi insieme (più vari singoli), curate da Morrissey e dal suo assistente Jo Slee, sono gioielli di pop art, roba da collezione con, tra gli altri, le facce di Alain Delon, Elvis Presley, James Dean, le pose di modelli sconosciuti o immagini da vecchie riviste. Tutto stampato in bicromia. «La scorsa notte ho sognato / che qualcuno mi amava / Nessuna speranza, ma nessun dolore / Solo un altro falso allarme». Dopo gli Smiths Moz viaggia da solo. E sulle copertine dei dischi comincia a comparire anche la sua faccia. Continua a cantare, scrivere e stupire. Attraversando tutto d’un fiato i Novanta e il primo decennio del Duemila. Le accuse di razzismo respinte a più riprese (è il fondatore di Unite Against Fascism), l’impegno per i diritti degli animali (è vegetariano) e gli ambigui orientamenti sessuali ne fanno un personaggio controverso. O si adora o si fa finta che non esista. Ma si può anche semplicemente ascoltarlo. E pensare che con quei suoi testi di passione intima e ribellione poetica un segno l’abbia lasciato. Dagli anni Ottanta in poi. «È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Uno po’ tutti e due, caro vecchio Moz.

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