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Posts Tagged ‘Fiorentina’

Al campo di San Marcellino

Al campo di San Marcellino

Laura Paoletti, la prima team manager donna ad andare in panchina nella storia della serie A, è seduta a gambe incrociate sul prato sintetico del campo di allenamento di San Marcellino. È appena dietro Sauro Fattori, il mister della Fiorentina Women’s Football Club: ascolta, osserva, confabula con le altre collaboratrici mentre le ragazze si allenano sotto il sole delle quattro del pomeriggio. È lei il trait d’union tra il viola dei maschi e quello delle donne. Lei che lo scorso anno ha girato gli stadi d’Italia e di mezza Europa con Montella, Borja, Pizarro e che ora metterà a disposizione, da club manager, le sue competenze in una nuova avventura: «Dalle giovanili alla prima squadra, la mia esperienza nel mondo del calcio è quasi completa. Ho imparato tanto e lo metterò in pratica con loro», racconta mentre osserva le magliette bianche che spostano la porta per la partitella. (altro…)

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Un mio pezzullo sul Corriere Fiorentino di oggi

Benigni e Troisi

Benigni e Troisi

La maschera da attore ce l’ha: il mento pronunciato ricorda un po’ Totò e un po’ Troisi. Ma a rendere inequivocabili le origini vesuviane di Vincenzo Montella è soprattutto quell’ironia leggera e allo stesso tempo amara con cui spesso affila i pensieri. Qualche esempio. Indicando un manichino che indossa la maglia viola: «Ecco il giocatore che mi serviva. Speriamo che almeno lui non si rompa… O lo abbiamo comprato già rotto?». E ancora, prima della maledetta finale di Coppa Italia all’Olimpico: «Della Valle? Lo sento addosso come un difensore asfissiante». Per non parlare della battuta rivolta all’ex designatore Braschi: «Se certe mie affermazioni vengono recepite dalla classe arbitrale come chiacchiere da bar, io mi sento offeso perché in quel momento stavo parlando proprio al barista». Infine la risposta alle critiche di inizio stagione: «Firenze è più famosa per la guerra tra Guelfi e Ghibellini che per la bellezza del Ponte Vecchio». (altro…)

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Un mio articolo uscito sul Corriere Fiorentino

MOENA — Uno felicissimo di essere (finalmente) arrivato in viola, l’altro affatto convinto di dover rimanere. Viviano e Jovetic, due strade diverse che si incrociano in una calda giornata di fine luglio (anche ai 1.200 metri di Moena). Quella del portiere-ultras inizia con autografi, cori, richieste di fotografie. Fuori dall’albergo prima, al centro sportivo poi. Nella tuta con il giglio rosso stampato sul petto si trova perfettamente a suo agio, per lui è un ritorno cercato, voluto a tutti i costi. Una tifosa gli chiede: «Come va?». E lui: «Ora meglio». Con il preparatore dei portieri Giulio Nuciari comincia a fare i primi tuffi sull’erba ad agguantare palloni (anche se non può giocare la partita contro il Verona). «Finalmente posso volare sotto la curva Fiesole», ha detto nelle sue prime ore da fiorentino alla Fiorentina. E il sorriso, mentre corre intorno al campo, supera di gran lunga il metro e novantacinque di questo giovanottone nato a Fiesole a pane e pallone. Dalle tribune arriva il coro «Emiliano uno di noi», addirittura il sito Firenzeviola.it propone di dargli la maglia numero 10. Già, la 10. Quella dei talenti alla Jovetic. Stevan dopo il no «senza se e senza ma» di Adv alla cessione (anche per più di 30 milioni), si presenta agli allenamenti del mattino con l’espressione di chi gli hanno appena tolto un dente. «Ci dormirà su e sarà più sereno» è stato l’auspicio del patron viola nel chiudere le porte in faccia alla Juventus. Chiacchiera fitto per una decina di minuti con Montella nel cerchio di centrocampo, poi la solita concentrazione negli esercizi in palestra e fuori. Nessun gesto, nessun movimento fuori dagli schemi. Neanche sorrisi. Nell’amichevole del pomeriggio gioca su tutto il fronte d’attacco: corre, dribbla, si impegna e mette la fascia da capitano quando esce Cassani. E si arrabbia anche con i compagni. Lui vorrebbe una squadra in lotta per traguardi importanti, la Fiorentina ancora non lo è. Anche se i rinforzi cominciano ad arrivare e Della Valle ha promesso novità in dieci giorni. C’è chi ipotizza a questo punto una sua uscita pubblica per riaprire almeno una finestra da cui ascoltare le sirene della Torino bianconera. Chissà, il ritiro precampionato è ancora lungo e con Ramadani (il suo procuratore) starà pensando alle mosse da fare. Intanto Jo-Jo continua a correre, con quella faccia un po’ così. Che hanno quelli che vogliono andar via. E velocemente.

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Un pezzullo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

È vero: l’arte migliore — come spesso sottolineava il critico vittoriano John Ruskin — è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo. Forse pensava proprio a questa massima Diego Della Valle riferendosi al fratello Andrea, al quale — parole sue riportate dall’Ansa mercoledì sera — quando si occupa di Fiorentina «parte più il cuore che la testa». Ma il calcio non è arte. Almeno non sempre. Perché sì, le giocate di Pelè, Maradona, Messi, Batistuta — quelle rimaste nella storia di questo sport — sono la sintesi perfetta di intuito, talento, intelligenza, potenza fisica. E quindi potrebbero essere tranquillamente paragonate a un’opera di Van Gogh, Monet, Giotto, Raffaello. Ma non sempre è così, non sempre in campo ci vanno campioni che con il pallone tra i piedi riescono a disegnare traiettorie perfette e imprevedibili come in un quadro di Kandinsky. Le partite — quelle complicate, quelle che si stanno mettendo male per eventi che non dipendono dalla tua volontà — a volte si vincono più con il cuore che con la testa. Eppoi ce n’è già abbastanza di razionalità in questo calcio tutto diritti tv, schemi, calendari superaffollati: se c’è qualcuno che ci mette anche un pizzico di sentimento in più non guasta. Anzi. Ruskin a parte, dunque, per Andrea Della Valle potrebbe valere un antico adagio arabo, che recita più o meno così: «Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo». Qualcosa di buono, per la Fiorentina, sicuramente arriverà.

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Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 4 maggio 2012

Il ragazzino-calciatore: applauso, pollice verso in segno di sfida e parole indecifrabili, probabilmente pronunciate nella sua lingua (il serbo). L’allenatore-professore: indice puntato, urla e tuffo, goffo, nel fosso della panchina. Per uno, due, tre, quattro tra schiaffi e pugni. Intorno facce incredule e il tentativo di frenare una rabbia improvvisa, esplosa da chissà quale labirinto della mente di quello che, per tutti, è «un uomo perbene» (come se loro, gli «uomini perbene», fossero stati programmati per rimanere immuni vita natural durante dall’umana rabbiosa violenza).
Venti interminabili secondi che vanno dritti dritti alla pancia dello spettatore iperconnesso, quello che mentre è davanti alla tv (o, perché no, allo stadio) commenta su Facebook, rilancia su YouTube, cinguetta su Twitter. Venti secondi che, al ralenti, fotogramma dopo fotogramma, entrano nella coscienza deframmentata del cyber-tele-popolo, scatenando reazioni a volte istintive, a volte più ragionate. Una dopo dopo l’altra, in un fiume di byte e parole che — dalle 21 e 18 di un mercoledì sera di inizio maggio — inonda la Rete, e non solo.  È tutto un fiorire di fazioni, partiti, sottolineature, spigolature, filosofeggiamenti. Così mentre su Facebook la consigliera comunale del Pd, pur confessando di non occuparsi di calcio dai tempi della prima comunione, sottolinea che sta con Delio perché «a volte a qualche giovane arrogante è necessario dare una calmata», nel bar del centro, il professionista giacca e cravatta se la prende con chi «permette a un ragazzetto di neanche venti anni di comprarsi la Porsche e fare quello che vuole, senza un controllo, senza una guida». È un intreccio di pro e contro, di su e giù, di ma e senza ma. C’è addirittura — è il caso del giornalista de Linkiesta Massimiliano Gallo — chi osanna Delio perché «finalmente un allenatore picchia un calciatore sostituito che protesta». E argomenta: «Perdonatemi, sarà diseducativo ma è stata una scena semplicemente fantastica. Un episodio che a mia memoria non ha precedenti e proietta Delio Rossi nel mio personalissimo Olimpo». Punti di vista, certo. Che, per fortuna, accendono anche la parte più divertente di Internet. Con fotomontaggi per ogni uso e microcomunità: la faccia dell’ex allenatore viola viene sostituita a quella di Brad Pitt nella locandina del film «Fight club», a quella di Rocky Balboa, a quella di un calciante portato in trionfo o a quella di Valentino Rossi mentre fa impennare la sua moto numero 46. Sui vetri del «Let’s go bar» di Poggibonsi i proprietari lasciano (e pubblicano su Facebook) la scritta in giallo forforescente: «Caro Delio Rossi, qua per te caffè gratis a vita».
Piuttosto, però, in questo momento al tecnico romagnolo servirebbe una camomilla. Perché se è vero che, pure solo per un attimo, in molti si identificano nella sua reazione da novello Primo Carnera, è certo anche che quella sequenza cliccata milioni di volte su YouTube e ritrasmessa a ripetizione dalle televisioni di tutto il mondo, fa vacillare le certezze di un pubblico forse abituato a vedere tali scene di vulcanica violenza, ma nel chiuso di una casa, di un ufficio, di uno spogliatoio (prima o dopo la partita). È la diretta tv che fa la differenza, il sentirsi partecipi di un evento e liberi di poter stare da una parte o dall’altra: «Tanto lo hanno visto tutti». E allora dall’assessore di Palazzo Vecchio («Delio Rossi è una persona perbene che ha sbagliato. L’altro è un immaturo, viziato e che non merita rispetto. Speriamo che tutto finisca presto») allo studente universitario («Aldilà del gesto davanti alle telecamere, ingenuo per un uomo della sua esperienza, tutto questo buonismo postumo mi fa solo ridere. Tutti avrebbero voluto prendere a zuppe Ljajic in quel momento. Io sto con Delio, uomo vero in un mondo di falsi e chiacchieroni») ognuno affida alla grande bacheca del web un pensiero, un’opinione, una giustificazione.
Siamo tutti Delio Rossi, dunque? Chissà. Alzi la mano chi non ha mai avuto uno scatto d’ira incontrollata. Ma c’è anche un ruolo da rispettare. Proprio per questo, per esempio, Roberto Mancini di fronte alle plateali intemperanze di un ragazzo ancora più terribile di Ljajic (Balotelli), ha sempre reazioni dure, ma allo stesso tempo composte. Almeno in pubblico. Il professore di Forlimpopoli, invece, si è trovato di fronte a una classe talmente indisciplinata da non riuscire a gestirla. Dal punto di vista tecnico, ma — a questo punto — soprattutto caratteriale. Non si spiegano altrimenti tutti gli episodi di strafottenza e di piccole-grandi sfide irriverenti di cui altri calciatori viola si sono resi protagonisti in questa sciagurata annata. Serve a poco, dunque, segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi: nei gruppi, da sempre, le alchimie si creano quando ci sono leadership risconosciute. Evidentemente nella Fiorentina — e da almeno due anni — non ce ne sono. Né in panchina, né in campo. E allora, ha ragione il fiorentinissimo Leonardo Pieraccioni quando dice che «Rossi ha sbagliato, perché non doveva dare i pugni o i cazzotti ma i babbuccioni sì, come si dicono a Firenze i coppinì tra capo e collo». E a meritarseli non sono solo «tanti giocatori della Fiorentina ma anche quelli di altre squadre e tanti tifosi che ultimamente, non si capisce come mai, chiedono di far levare le maglie e quelli se le levano, interloquiscono con capitani delle squadra come se fossero cugini». È il declino del calcio, quello che sta diventando sempre più un unico, grande, psicodramma globale.

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Un mio articolo sul Corriere Fiorentino di oggi

Un prof esasperato da una classe che risponde alle sue lezioni con le palline di carta.È probabilmente l’immagine che meglio fotografa lo stato d’animo di Delio Rossi nelle sue ultime ore in viola (prima, ma anche dopo il fattaccio di mercoledì sera). D’altronde lui quel gruppo se l’è ritrovato, non l’ha potuto formare. E forse nemmeno immaginava che avrebbe avuto di fronte una decina di Gian Burrasca del pallone, per nulla intenzionati a sgobbare su schemi, posizioni da rispettare, verticalizzazioni, lunghe sedute di tattica. Ieri nella conferenza stampa di scuse (condite da qualche detto e non detto di troppo) ha sottolineato i suoi inizi «ad allenare i bambini per portarli via dalle strade, i giovani, gli operai nei polverosi campi di periferia». Una funzione pedagogica dell’allenatore che, evidentemente, il black out di follia gli ha fatto dimenticare. Ma non si può giustificare tutto con la perdita (si spera momentanea) di senno. In fondo, un professore davanti a una classe di studenti indisciplinati ha poche scelte: o fa finta di nulla e si becca le palline di carta o va dal preside per chiedere provvedimenti disciplinari o decide di alzare bandiera bianca. Delio ha insistito, con tenacia e orgoglio, forte delle sue esperienze che in passato lo hanno portato ad essere molto apprezzato da calciatori, presidenti e (soprattutto) tifoserie. «Tanto prima o poi li convinco che se fanno come dico io è meglio», avrà pensato quando Jovetic, Cerci, Ljajic, Vargas, Kharja — tanto per citarne qualcuno — sbuffavano all’ennesimo richiamo. Con il Foggia, la Salernitana, il Pescara, la Lazio, il Palermo ha funzionato. Qui no. Il fatto è che nel calcio dei massimi profitti (in campo e nei conti in banca) con i giocatori quello che andava bene un anno fa può risultare inefficace oggi. E gli allenatori-maestro come Rossi trovano sempre più difficoltà. Soprattutto quando si trovano a dover rinunciare a una parte consistente della loro filosofia di gioco (e di vita). Oggi a chi sta in panchina viene chiesto di saper gestire un gruppo, di motivarlo e di portarlo a raggiungere subito livelli di rendimento altissimi. Di tempo per insegnare ce n’è poco con tre partite a settimana. Vince chi ha più campioni in squadra e riesce a ridurre al minimo i capricci e lo stress emotivo di giovani bellimbusti che per lavoro — molto ben pagato — devono indossare maglietta, pantaloncini e scarpini. Rossi a Firenze non ha perso solo la panchina, ma anche una sfida tutta personale. E lo ha fatto nel peggiore dei modi, con una scarica di pugni contro quel ragazzino serbo che, lui più di tutti, stava tentando di far uscire dal torpore di un’illusione: quella che ti fa sentire un campione solo perché riesci a saltare l’avversario — e neanche sempre — con un dribbling.

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