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Un mio articolo uscito sul Corriere Fiorentino di oggi

Lo lasceresti parlare per ore. Perché le storie di quel babbo che sulla sua inseparabile bici semina trionfi in mezza Europa e salva centinaia di vite durante la guerra, toccano direttamente le corde dell’emozione. E il suono che viene fuori è rasserenante, ma intenso. Come una sinfonia di Beethoven. Così appena si interrompe il flusso del racconto immagini Gino Bartali vestito da cavaliere, pronto a salire sul suo cavallo a due ruote per mettersi dalla parte dei più deboli.
Andrea Bartali oggi ha 71 anni e quando è nato Ginettaccio ne aveva 26. Ha raccolto in 212 pagine pagine ricordi, aneddoti, episodi noti e inediti. Vissuti in prima persona o ascoltati dalla viva voce del vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France. «Chi era Gino Bartali? Era, anzi, è il nostro campione e il mio papà». Due livelli (privato-pubblico) che si intrecciano e che rappresentano il leitmotiv della favola raccontata dal figlio del corridore di Ponte a Ema. Una favola scritta per una major di Hollywood che ha comprato i diritti per farne un film (la produzione sta già scegliendo gli attori): «Poi ho chiesto il permesso di poter utilizzare quel testo, riadattandolo per una pubblicazione da fare uscire in Italia e me lo hanno concesso».
Con noi Andrea fa una sorta di giro della memoria in quattro tappe (le stesse su cui si sviluppa il libro edito da Limina: prima della guerra; durante la guerra; dal dopoguerra fino alla morte di Coppi; gli ultimi anni) che inizia con l’immagine di Bartali seduto a tavola, nella sua casa fiorentina, davanti a un piatto di lesso: «Ne era ghiotto, ma non poteva mangiarlo spesso, soprattutto durante le corse perché privo di sostanze nutritive e così se lo faceva cucinare a Natale, in quelle due settimane di riposo che si concedeva: papà, infatti, era ciclista 350 giorni l’anno». In quel periodo lui (primo di tre fratelli) frequenta il collegio, dai Barnabiti: «Ricordo che qualsiasi cosa succedesse, massimo alle nove di sera, andava a letto: da buon figlio di contadini era convinto, a ragione, che il rimedio a tutti i mali, stanchezza compresa, fosse una buona dormita».
La descrizione del Bartali giovane è un mix di ricordi e storie raccolte in là con gli anni, quando «anche per lavoro giravamo insieme l’Italia e nei momenti di pausa mi parlava delle corse, della guerra, di Coppi, di Totò». Si parte dai genitori che cercano di opporsi in tutti i modi alla carriera da corridore («i nonni erano poveri e volevano che coltivasse la terra come loro») e si finisce su quella bicicletta usata, comprata dal padre per permettergli di frequentare la sesta elementare («andava a scuola a Firenze e con i suoi compagni si sfidavano correndo intorno a piazza Santa Croce e sulla salita dell’Erta Canina»). Per continuare con le prime gare da professionista («doveva convincere il padre che guadagnava bene, allora lasciava vincere un altro facendosi pagare, così arrivando secondo prendeva due premi. Il direttore sportivo se ne accorse e gli diede più soldi»). I trionfi ai Giri del ’36 e del ’37, al Tour del ’38 e alle Milano-Sanremo del ’39 e del ’40 sono storia nota. Poi arriva la guerra e Bartali incrocia il destino di centinaia di persone in fuga dal nazifascismo: «Da cattolico di fede incrollabile non accettava il fatto che gli uomini potessero ammazzarsi tra di loro, non capiva». Così entra in clandestinità e per il cardinale di Firenze Elia Dalla Costa (che, tra l’altro, aveva celebrato il matrimonio con la sua Adriana) consegna documenti falsi e soldi per consentire la fuga agli ebrei che trovano rifugio in vari conventi dell’Italia Centrale. Corse tra stradine di montagna, prima lungo l’asse Firenze-Farneta-Genova, poi verso Assisi e Pescasseroli, in Abruzzo. In palio non ci sono maglie rosa o gialle, ma la vita di centinaia di innocenti. «Papà rischiò di morire più volte, ma se la cavò sempre. Anche grazie all’aiuto della gente o dei militari che lo riconoscevano».
Il dopoguerra inizia con altre vittorie al Giro e al Tour. «Non c’erano tanti soldi e la Legnago lo pagava anche con i tubi, che lui rivendeva alla società che stava facendo la rete del gas a Firenze». Poi la carriera in bici si interrompe (siamo nel 1954) e qui il racconto di Andrea si fa più nitido. E tocca la politica («Pio XII gli chiese di candidarsi per la Dc, ma lui preferì non accettare per rispetto verso quei tifosi che lo avevano sempre applaudito in tutt’Italia e che così non lo avrebbero più amato»), l’alluvione del ’66 («il nostro garage fu ricoperto di fango, perse molti oggetti importanti ma gli fu dato solo un piccolo rimborso: mi hanno trattato da ciclista, diceva agli amici»), la televisione («pensava che fosse un efficace strumento di comunicazione e quando gli proposero di lavorare in Rai chiese consiglio a Totò che gli rispose: tu devi fare il Bartali, fatti pagare per fare il Bartali»), il rapporto con Coppi («nella vita ha avuto due grandi dolori: la morte del fratello durante una corsa e quella di Fausto»), la Firenze di Bargellini e di La Pira («avevano un ottimo rapporto, ma quando si vedevano in pubblico facevano quasi finta di non conoscersi»). La favola finisce qui. Ma Andrea Bartali vorrebbe farla continuare ancora: «Nel 2014 ricorrono i 100 anni dalla nascita di papà e sarebbe un premio importantissimo se il Tour partisse da Firenze. Io ci sto provando e vorrei che la città mi aiutasse a mettere in pratica questo sogno».

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