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Archive for the ‘Racconti’ Category

Un mio articolo sul Corriere Fiorentino

Marco Crespi a Siena

Marco Crespi a Siena

Ore 23.06: gli ultimi secondi della storia della Mens Sana Basket hanno la faccia spiritata di Marco Crespi, il coach che  si è preso  l’onore — e soprattutto l’onere — di guidare fino all’ultima sirena il più titolato club    degli anni Duemila (otto scudetti, cinque coppe Italia, sette Supercoppe dal 2004 a ieri). Ci hanno provato Haynes, Hunter, Carter, capitan Ress, la squadra delle meraviglie: sono stati lì a un passo dalla leggenda, ma Milano ha avuto più fortuna e più costanza. È una questione di palloni che entrano e palloni che escono.  Mai era capitato in una finale scudetto italiana che si arrivasse a gara sette. E non poteva essere altrimenti. (altro…)

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Un mio pezzo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

(foto Bramo/Sestiti)

(foto Bramo/Sestiti)

Entri e ti rendi conto subito che quella non è una classe come le altre: i borsoni viola in fondo all’aula, un paio di guanti da portiere sotto il banco. E poi tutti indossano felpe bianche col cappuccio, come in un college americano. O quasi: «Lì basta essere bravi soprattutto nello sport, da noi invece il rendimento scolastico conta, eccome. Vogliamo formare ragazzi in grado di trovare la loro strada, anche se non dovessero diventare campioni».
Le 9 del mattino, via Lamarmora 35, sede delle Scuole Pie Fiorentine, l’istituto dei padri Scolopi.Dalla materna al liceo, qui c’è un banco per ogni età. E da settembre anche per chi sogna di diventare un atleta professionista, alla Pepito Rossi. Ma non solo. (altro…)

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Una mia articolessa uscita sul Corriere Fiorentino del 20 settembre

Cristina vive tra le biciclette da quando è nata: il nonno, Alfredo Conti, ha aperto l’officina-negozio di via Marconi (a due passi dallo stadio Franchi) nel 1927, ottantasei anni fa. Poi tutto è passato al babbo, Mario. E ora è lei a gestire quello che nel tempo è diventato una sorta di santuario per i cicloamatori di Firenze. Almeno di quella parte di Firenze ai piedi della collina di Fiesole dove — guarda caso — si concluderanno tutte le gare dei mondiali (il traguardo è in viale Paoli). Inizia da qui il viaggio alla scoperta del popolo su due ruote. Anche se sarebbe meglio parlare di un insieme di tribù, nel senso antropologico del termine. Cioè di persone (donne, uomini, adulti, giovani, bambini, operai, impiegati, professionisti, studenti) che condividono, oltre al mezzo (la bicicletta) linguaggi, abbigliamento, percorsi, fatica e — perché no? — sudore. C’è lo sport, quello vissuto per divertimento, per mettersi alla prova. Ma non solo. Alcuni, infatti, hanno trasformato questa passione in un lavoro. E i guadagni, più sale il prezzo della benzina più aumentano.  (altro…)

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Una chiacchierata con il giovane scrittore Giovanni Montanaro, vincitore del premio Fiesole under 40 uscita oggi sul Corriere Fiorentino

La copertina di Tutti i colori del mondo

Premessa: Giovanni Montanaro, autore di Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), vincitore del premio Fiesole under 40 e nella cinquina dell’ultimo Campiello (andato poi a Carmine Abate per La collina del vento) e chi scrive, pur avendo lo stesso cognome, non sono parenti. O almeno se dovessero scoprire di esserlo, non ne erano a conoscenza fino a qualche giorno fa. Perché dietro l’accento veneziano di questo ragazzo di 29 anni, di professione avvocato («almeno per ora, poi si vedrà…») e tra i giovani scrittori italiani più talentuosi, ci sono radici campane («la famiglia di mio nonno vive tra Nola e Maddaloni»). Lunghi viaggi, immagini sfocate, racconti dal passato eppur attuali. Come quelli che segnano le 130 pagine di un libro intenso e commovente. «È stato un lavoro lungo, durato quattro anni tra ricerche e attesa che la storia prendesse forma». Tutto nasce dalla scoperta del «paese dei matti», che esiste davvero, in Belgio, nella regione delle Fiandre. «Un giorno ho chiesto a un mio amico fotografo che ha girato il mondo qual è il posto più straordinario che avesse mai visto, mi ha risposto Gheel e mi sono subito incuriosito». I pazzi che vivono nella più grande comunità psichiatrica aperta del mondo (ogni famiglia ne ospita almeno uno, e da secoli) non sono però gli unici protagonisti. «La mia personale, quasi letteraria passione per questo luogo, si intreccia con la figura di Van Gogh e con il personaggio di Teresa Senzasogni, che è arrivata per ultima, scoperta nel pozzo di storie che è Gheel». C’è un periodo della vita del pittore olandese (dal 14 agosto 1879 al 22 giugno 1880) di cui si sa molto poco se non che facesse delle lunghe escursioni in Belgio. Di certo non aveva ancora cominciato a dipingere (aveva 27 anni, comincerà a farlo con costanza dai 30 e fino ai 37, quando morirà). «Mi ha sorpreso che i biografi non fossero incuriositi dal miracolo che lo ha trasformato in un pittore, senza accademie e senza maestri». E allora ecco la domanda chiave su cui si muove tutto il racconto, scritto sotto forma di lettera: chi ha portato i colori a Van Gogh? «L’idea è che li abbia trovati a Gheel, da dove è passato: in quello che per tutti è stato un momento di grande buio della sua vita lui ha scoperto il colore, grazie soprattutto a Teresa». E già, Teresa. Un personaggio (il cui segreto si scoprirà solo nelle ultime pagine) che emoziona e stupisce: «La cosa di cui vado più fiero di questo lavoro è che non si sviluppa per tesi, è un libro che a me è costato moltissimo perché Teresa ha messo in crisi anche me, ha messo in crisi la mia morbosità, la mia voglia di separare, la mia umana necessità di distinguere quello che è normale da quello che non lo è. Allo stesso tempo però Teresa mi ha fatto fare un esercizio di semplificazione, lo stesso che fa fare a Van Gogh, che ha un carattere complesso, involuto e lei gli dice le cose più semplici, gli fa capire che tutto ha un colore». L’umanità che gira intorno ai due protagonisti a volte fa sorridere altre è come uno spillo infilato nella carne viva. E a tratti ricorda le suggestioni di Agota Kristóf: «È la prima volta che me lo fanno notare, in effetti quando ho cominciato a scrivere avevo appena finito di leggere Ieri, che è una storia meravigliosa». Ma Giovanni Montanaro cosa vede nel suo futuro? «Innanzitutto voglio andare, insieme con il mio editore, a visitare Gheel, che ho conosciuto solo attraverso articoli e documenti. Poi ho già in testa altre storie, che però devono ancora svilupparsi». Dolorose come quella di Teresa e Van Gogh? «Vede, la generazione di scrittori intorno ai cinquant’anni, compreso Tiziano Scarpa che all’inizio ha letto le mie cose e mi ha dato consigli utilissimi, aveva una gioia di vivere molto post anni Ottanta, un po’ cazzona. Nella mia generazione invece si avverte più la sofferenza e l’incertezza, per cui si cercano percorsi minimali nella scrittura, percorsi di sensi. Molto umani».

Antonio Montanaro

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Il viaggio

“Non lasciarti proteggere dalla paura, combattila”. Quando scesi dal treno – un Eurostar partito dalla città del sole e della malinconia – annotai quella frase su un quaderno azzurro cenere. Accesi una sigaretta e caricai lo zaino sulle spalle. Fu allora che cominciai a sentire, di nuovo, il profumo della sua pelle. Mi guardai intorno, alla ricerca di labbra inaridite dalle parole. Eppure tutt’intorno c’era solo gente che si muoveva disordinatamente. Verso una meta già fissata ore prima. O in attesa di un orario mai puntuale. Questa volta, però, non c’era. “E’ scappata, imprigionata nella sua gonna a quadri”, mi sussurrò il capostazione. Cominciai a correre, fino a consumare tutta l’aria che i polmoni potevano darmi. Non c’era più. Ma con lei anche la paura stava scomparendo. Il quaderno azzurro cenere scivolò via dalla tasca della giacca, si infilò tra le ringhiere del ponte e, dopo un volo di una decina di metri, si adagiò sulle acque del fiume. Lo vidi allontanarsi. Insieme con gli appunti dei mei viaggi. Fino a quel momento. Fino al giorno in cui decisi di combattere la paura.

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Un Natale un po’ così

Un mio racconto dalle parti di Antonio Sofi.

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