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Archive for the ‘Musica’ Category

Andamento Tullio

Una chiacchierata con il maestro Tullio De Piscopo, pubblicata oggi sul Corriere Fiorentino

piscopo2«Da bambino, prima di andare a letto fantasticavo: farò questo, farò quello. Molti di quei sogni si sono avverati, altri no. Ma ho ancora un bel po’ di tempo…».  Tullio De Piscopo il prossimo 24 febbraio compirà settant’anni, cinquanta dei quali passati in giro per il mondo a suonare con la sua batteria. E fa strano che un jazzista apprezzato a livello internazionale, napoletano verace, maestro delle percussioni abituato agli «alelai bum bum» della vita, scelga proprio la Toscana (e la Versilia) per iniziare il tour celebrativo — per i 50 anni di carriera, appunto — «Ritmo & Passione».

Lui la spiega così: «Cercavo un posto tranquillo dove fare le prove, non volevo scocciature, gente che entrava e usciva dal teatro, un posto con il mare vicino, perché il mare per me è importante, mi rilassa». Domani sera, dunque, al Teatro Comunale di Pietrasanta Tullio De Piscopo inizierà un nuovo viaggio, l’ennesimo. Questa volta insieme a Joe Amoruso e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare. «C’è Napoli, ma non solo. In questo spettacolo, come nel triplo cd Musica senza padroni 1965-2015, ho voluto lasciare traccia del suono che nasce dalla collaborazione tra musicisti, dal sentimento, dalla sperimentazione. Così magari i giovani capiranno come si suonava un tempo, come si registrava: c’era un lavoro di gruppo, di arrangiamenti. Il sound non era nella marca degli strumenti ma nelle nostre mani, nel nostro cuore».

Parla come un santone Tullio De Piscopo, e se lo può permettere. Perché pochi in Italia vantano collaborazioni così importanti e variegate. Dal jazz al pop, dal blues alla dance. Quincy Jones, Astor Piazzolla, Chet Baker, Billy Cobham, Gil Evans, Gato Barbieri, Fabrizio De André, Nanà Vasconcelos, Vinicius De Moraes, Gerry Mulligan, tanto per cintarne qualcuno da una lista lunghissima. E poi c’è Pino Daniele, che lo riporta qui in Toscana, in Maremma, ai giorni passati a chiacchierare e a «creare» nella villa di Magliano, dove «l’uomo in blues» ha trascorso le ultime ore prima del malore e dell’assurda corsa verso la morte. «Quando lo andavo a trovare — racconta Tullio — voleva sempre che dormissi da lui, niente albergo. E tiravamo fino a notte suonando, scrivendo, confrontandoci». D’altronde lui e Pino Daniele hanno condiviso con Rino Zurzolo, Tony Esposito, Joe Amoruso, James Senese, gli anni incredibili del «Neapolitan power»: «Non so spiegare a parole quello che succedeva quando suonavamo insieme, era alchimia pura, una magia irripetibile. Pino riusciva a ottenere il massimo dal talento di ognuno di noi, non penso sia possibile replicare quell’esperienza. Probabilmente non abbiamo ancora la misura di quanto sia stato grandioso quel momento, anche in termini di linguaggio, non solo musicale. Chi vuole scrivere canzoni in napoletano, per esempio, non può non avere come riferimento la poesia di Pino Daniele». Per Tullio De Piscopo la fotografia di quegli anni è il brano Toledo, che non a caso ha inserito nella super raccolta uscita il 13 novembre scorso.

Ma torniamo alla Toscana, terra di affetti («una sorella di mio padre stava a Livorno e ci venivo spesso da bambino») e di ricordi piacevoli: «Nelle mie prime serate, quando ero giovincello, suonavo spesso in un night club del centro di Firenze, il “Pozzo di Beatrice”. Erano gli anni Sessanta-Settanta, la città era bellissima, si respirava un’atmosfera frizzante. Poi ci sono tornato molte volte per i festival dell’Unità che avevano sempre una sezione dedicata al jazz. Proprio grazie al responsabile cultura dell’Arci ho assaggiato per la prima volta la bistecca fiorentina, ora ogni volta che passo da Pistoia, dove c’è l’azienda che mi costruisce i piatti per la batteria, non posso fare a meno di mangiarla».
La banda De Piscopo è a Pietrasanta da domenica mattina («voglio preparare bene ogni particolare»). Ma un musicista che ha collaborato con i mostri sacri del jazz e del pop («mi manca solo Miles Davis, ma quante volte ho suonato dietro i suoi dischi per cercare di entrare nel suo suono») non si vergogna un po’ ad aver partecipato più volte al Festival di Sanremo? «E perché dovrei? Rifarei tutto quello che ho fatto. Se non ci fosse stato Andamento lento non sarei mai riuscito a comprare quella casa che la mia famiglia meritava. Prima di Andamento lento nessuno mi dava una camera d’albergo dopo le serate: gli artisti americani avevano il Grand Hotel e io dopo i concerti dormivo in macchina».

Un ragazzino di 70 anni: a parlarci Tullio De Piscopo dà questa sensazione. Anche quando racconta la consacrazione agli occhi della madre («Un giorno venne a Milano e le presentai Mike Bongiorno a un evento Ferrari, mi guardò e mi disse: allora se lo conosci sei veramente famoso») o di quando portava con sé nella sala prove di Formia Pietro Mennea, conosciuto a pranzo nel vicino centro Coni («Un grande uomo, un uomo del Sud anche lui: mi chiedeva ma come fai a suonare così? E io gli rispondevo: come fai tu a essere così veloce in pista»). Infine un pensiero per i ragazzi del Duemila: «Noi avevamo i night club, le balere dove crescere e formarci. Oggi queste esperienze mancano e si vede. Certo, puoi mettere una canzone su Internet, a disposizione di tutti, ma poi devi fare in modo che la ascoltino e non è affatto facile. A me viene un nervoso quando dicono ti ho mandato una email con una traccia audio, mi mandi il tuo pezzo? A proposito, che fine hanno fatto le care vecchie Bic?». Ma questa è un’altra storia. O quasi.

Antonio Montanaro

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Dal Corriere Fiorentino

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0«Sono un po’ più disilluso, ma la rabbia è aumentata rispetto a vent’anni fa, perché più mi ritrovo a pensare cose da reduce e più mi incazzo». Luca ’O Zulù Persico, leader e voce dei 99 Posse, quando uscì Curre curre guagliò per l’etichetta indipendente Flying Record aveva 23 anni. Il berlusconismo era agli inizi, nella Napoli di Officina 99 Antonio Bassolino, battendo alle elezioni la Mussolini, cominciava la sua ascesa a viceré e, soprattutto, i centri sociali erano al centro della vita culturale nazionale. Anche grazie a quella canzone che, da colonna sonora di Sud (film del premio Oscar Gabriele Salvatores) divenne una sorta di manifesto per un’intera generazione che usciva dalle luci abbaglianti degli anni Ottanta. C’era la Dc, il Psi, l’Msi. (altro…)

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Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino di oggi

C’era una volta un suddito. E la regina morta (The queen is dead). Estate 1986: giugno, luglio. O giù di lì. Ci sono i mondiali di calcio in Messico, quelli della mano de Dios. La puntina sul vinile suona le parole di un occhialuto ragazzo di Manchester: «Caro Charles, non hai mai provato un gran desiderio/ di apparire sulla prima pagina del Daily Mail/ vestito con il velo nuziale di tua madre? (…)/ È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Come ci sia finito quel disco grigio-verde lì non si sa. Lo avrà dimenticato Checco, l’immancabile amico rockettaro. D’altronde non si può vivere di soli Duran Duran e Spandau Ballet. O di Madonna, Vasco, De Gregori.  Steve Patrick Morrissey canta e la chitarra di Johnny Marr è un graffio che fa da guida, frase dopo frase, in giornate incasinate come un cubo di Rubik. Maradona batte la Germania nella finale di Città del Messico, Gorbaciov in piena perestroika annuncia il ritiro dell’Urss dall’Afghanistan e in Italia Craxi, dopo aver battuto il record di durata di un governo, comincia a traballare sotto i colpi di Ciriaco De Mita.  Sono i tempi della Milano da bere. «E sul margine ci si sente proprio soli / La vita è veramente lunga, quando si è soli». Si chiamano The Smiths e quel nome Marr e Morrissey lo scelgono proprio perché hanno bisogno di un tratto identificativo preso dalla «vita comune» in contrasto con l’enfasi degli anni Ottanta. Il loro connubio creativo finisce però nel 1987 (dopo appena cinque anni) con Strangeways, here we come. Le copertine dei loro sei dischi insieme (più vari singoli), curate da Morrissey e dal suo assistente Jo Slee, sono gioielli di pop art, roba da collezione con, tra gli altri, le facce di Alain Delon, Elvis Presley, James Dean, le pose di modelli sconosciuti o immagini da vecchie riviste. Tutto stampato in bicromia. «La scorsa notte ho sognato / che qualcuno mi amava / Nessuna speranza, ma nessun dolore / Solo un altro falso allarme». Dopo gli Smiths Moz viaggia da solo. E sulle copertine dei dischi comincia a comparire anche la sua faccia. Continua a cantare, scrivere e stupire. Attraversando tutto d’un fiato i Novanta e il primo decennio del Duemila. Le accuse di razzismo respinte a più riprese (è il fondatore di Unite Against Fascism), l’impegno per i diritti degli animali (è vegetariano) e gli ambigui orientamenti sessuali ne fanno un personaggio controverso. O si adora o si fa finta che non esista. Ma si può anche semplicemente ascoltarlo. E pensare che con quei suoi testi di passione intima e ribellione poetica un segno l’abbia lasciato. Dagli anni Ottanta in poi. «È cambiato il mondo o sono cambiato io?». Uno po’ tutti e due, caro vecchio Moz.

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Federico Zampaglione al Puccini

Quando un concerto riesce te ne acccorgi dalla fine. Dalla voglia del pubblico di applaudirti ancora, nonostante le luci si siano accese e lì sul palco i tecnici non aspettano che un segnale per smontare tutto e ripartire. Certo, “Due destini” – con cui Federico Zampaglione (Tiromancino) ha chiuso lo spettacolo di martedì sera al Puccini – è una di quelle canzoni che entra di default nei lettori mp3 degli adolescenti come dei cinquantenni. Troppo facile creare entusiasmo con un finale così. E’ come Toto Cutugno quando canta “L’Italiano” a Little Italy. Invece no.

Le due ore e un quarto di (buona) musica – accompagnata dai video di Dario Albertini proiettati su un oblò che ricorda, in piccolo, quello di Pink Floyd del Momentary lapse of reasons tour – passano che è un piacere. Tra i pezzi del nuovo lavoro uscito a fine 2010 (“L’essenziale”), vecchi successi (“Imparare dal vento”;”Per me è importante”) che il pubblico canta a memoria e omaggi a Eric Clapton (“Running on Faith”) e Elton John (“Rocket man”). Zampaglione cambia chitarra in continuazione, e si esalta con assoli stile rock italiano anni Settanta. Insomma ritmo e parole d’amore (anche per l’amico che si è perso in “Vite di ordinaria follia”), riescono a creare la giusta atmosfera per una serata di sano e puro pop italiano. E chi l’ha detto che per risvegliare le emozioni bisogna per forza aspettare un professore a San Remo?

P.s. Questo è il primo concerto al quale ha assistito (dal pancione della mamma) il nostro fagiolino… La foto è di Sara

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Giorni di incontri, inaspettati. Giorni di racconti e di attese. Giorni di musica nell’iPod. Due occhi azzurri spalancati sull’innocenza; un abbraccio caldo, che accorcia il tempo trascorso dall’altra parte del mare a inseguire sogni paralleli. E l’affetto che vive, perché non c’è una ragione per farlo morire.
Due occhi scuri, curiosi. Mani che si cercano, nella voglia di scoprirsi ancora. In un sentiero sconosciuto. Finora. Parole nude che, nella notte, avvolgono il freddo di fine estate.
Due occhi di lacrime non piante, gonfi di spavalda insicurezza. Un salto nel tunnel dell’ovvio, solo perché la passione diventa troppo complicata da vivere. Soprattutto quando è semplice. Giorni di sorrisi, sorprese, delusioni. Una volta tanto canzone per me. Sarà per sempre?

Colonna sonora: Negramaro (Una volta tanto, Un passo indietro); Samuele Bersani (Spaccacuore); Sergio Cammariere (Per ricordarmi di te); Giuliano Palma (Se ne dicon di parole)

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Quel che resta

… E ancora mille volte, mille anni, ci scommetto, mi ringrazierai
per quel sorriso ladro e per i giochi, i mille giochi che sapevi già
e ancora mi dirai che non vuoi essere cambiata, che ti piaci come sei
Però non mi confondere con niente e con nessuno, e vedrai
niente e nessuno ti confonderà
soltanto l’innocenza nei miei occhi, ce n’è già meno di ieri, ma che male c’è
le navi di Pierino erano carta di giornale, eppure vedi, sono andate via
magari dove tu volevi andare ed io non ti ho portato mai
e puoi chiamarmi ancora amore mio…

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C’è una parola che ho riscoperto grazie a una vecchia canzone di Pino Daniele. Libertà. Ma non è solo merito suo. Lo è anche (e soprattutto) di chi me l’ha fatta riascoltare. Tra un sorriso e il desiderio di sorridere. In quei 3 minuti e 50 c’è Napoli, la nostalgia, il ricordo, la rabbia, il pianto, il riscatto. La libertà. Tutt’attuorno l’aria addora ‘e ‘nfuso…

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