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Archive for the ‘Giornalismo’ Category

Dal Corriere Fiorentino

99 Posse - Curre Curer Guaglio 2.0«Sono un po’ più disilluso, ma la rabbia è aumentata rispetto a vent’anni fa, perché più mi ritrovo a pensare cose da reduce e più mi incazzo». Luca ’O Zulù Persico, leader e voce dei 99 Posse, quando uscì Curre curre guagliò per l’etichetta indipendente Flying Record aveva 23 anni. Il berlusconismo era agli inizi, nella Napoli di Officina 99 Antonio Bassolino, battendo alle elezioni la Mussolini, cominciava la sua ascesa a viceré e, soprattutto, i centri sociali erano al centro della vita culturale nazionale. Anche grazie a quella canzone che, da colonna sonora di Sud (film del premio Oscar Gabriele Salvatores) divenne una sorta di manifesto per un’intera generazione che usciva dalle luci abbaglianti degli anni Ottanta. C’era la Dc, il Psi, l’Msi. (altro…)

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Un mio pezzo uscito oggi sul Corriere Fiorentino

(foto Bramo/Sestiti)

(foto Bramo/Sestiti)

Entri e ti rendi conto subito che quella non è una classe come le altre: i borsoni viola in fondo all’aula, un paio di guanti da portiere sotto il banco. E poi tutti indossano felpe bianche col cappuccio, come in un college americano. O quasi: «Lì basta essere bravi soprattutto nello sport, da noi invece il rendimento scolastico conta, eccome. Vogliamo formare ragazzi in grado di trovare la loro strada, anche se non dovessero diventare campioni».
Le 9 del mattino, via Lamarmora 35, sede delle Scuole Pie Fiorentine, l’istituto dei padri Scolopi.Dalla materna al liceo, qui c’è un banco per ogni età. E da settembre anche per chi sogna di diventare un atleta professionista, alla Pepito Rossi. Ma non solo. (altro…)

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Una mia articolessa uscita sul Corriere Fiorentino del 20 settembre

Cristina vive tra le biciclette da quando è nata: il nonno, Alfredo Conti, ha aperto l’officina-negozio di via Marconi (a due passi dallo stadio Franchi) nel 1927, ottantasei anni fa. Poi tutto è passato al babbo, Mario. E ora è lei a gestire quello che nel tempo è diventato una sorta di santuario per i cicloamatori di Firenze. Almeno di quella parte di Firenze ai piedi della collina di Fiesole dove — guarda caso — si concluderanno tutte le gare dei mondiali (il traguardo è in viale Paoli). Inizia da qui il viaggio alla scoperta del popolo su due ruote. Anche se sarebbe meglio parlare di un insieme di tribù, nel senso antropologico del termine. Cioè di persone (donne, uomini, adulti, giovani, bambini, operai, impiegati, professionisti, studenti) che condividono, oltre al mezzo (la bicicletta) linguaggi, abbigliamento, percorsi, fatica e — perché no? — sudore. C’è lo sport, quello vissuto per divertimento, per mettersi alla prova. Ma non solo. Alcuni, infatti, hanno trasformato questa passione in un lavoro. E i guadagni, più sale il prezzo della benzina più aumentano.  (altro…)

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Le lacrime di Occhetto alla Bolognina ci sono, le dimissioni di Ratzinger no. Il «Pastore tedesco», nonostante abbia compiuto il gesto politico più dirompente del nuovo millennio, un posto di riguardo nei manuali di storia non l’ha ancora trovato. E con lui nemmeno il successore, papa Francesco. Questione di tempi, si dirà. Evidentemente per essere aggiornati libri di scuola e legge elettorale — tanto per fare un paragone — hanno bisogno dello stesso numero di minuti, ore, giorni, mesi, anni. Eppure la storia non aspetta. «La storia siamo noi, la storia non si ferma davvero davanti a un portone», chioserebbe De Gregori. Davanti a me quattro volumi, circa 2.600 pagine e una domanda: come vengono spiegati agli studenti delle superiori (licei e professionali) «Mani Pulite», la «discesa in campo» di Berlusconi, l’11 settembre 2001, l’elezione di Obama? E ancora: arriveranno mai i nostri eroi a sfogliare gli ultimi capitoli di testi che, rispetto a dieci-venti anni fa, almeno hanno una grafica più leggera e orientata a Internet?  (altro…)

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Un mio pezzo uscito sul Corriere Fiorentino 

Mimma se ne sta buona buona dietro il tandem dei suoi padroni: ha una cassettina rossa tutta per lei (con tanto di nome stampato) e guarda quelle centinaia di bici intorno a sé con curiosità canina. È abituata a vedere Firenze (e non solo) dalle due ruote, tanto pedalano gli altri. Ma verso le nove e venti comincia ad abbaiare, forse per dare una sveglia agli organizzatori. Su viale Nervi (in pratica di fronte a dove si allena la Fiorentina) continua ad arrivare gente. I super sportivi, divisa professionale e mountain bike da scalata; le signore con la permanente e la borsa della spesa nel cestino; le ragazzine che sfoggiano il modello ante guerra del nonno appena restaurato; i giovanotti naif baffo anni Quaranta, maglia alla marinara, jeans e bicicletta da corsa; i bambini, testa nel caschetto, emozionati per quella che pensano essere una corsa vera: «Babbo babbo e se arriviamo primi?».  (altro…)

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Un articolo pubblicato oggi sul Corriere Fiorentino

Nicola Caccia

È stato il primo ragazzino — e lo dice con una punta di orgoglio — che dalla provincia di Napoli è arrivato a Empoli per diventare un calciatore professionista. «Era il 1983, avevo tredici anni — racconta Nicola Caccia — e ho dovuto faticare non poco per convincere mia madre a lasciarmi andare via». Dopo di lui hanno calpestato l’erba del Castellani — tanto per citare i più fortunati — Di Natale, Tavano, Lodi e, soprattutto, Vincenzo Montella. E già, perché con il suo attuale capo (Caccia è tra gli otto dello staff dell’allenatore viola) condivide le radici («le nostre famiglie vivono a cento metri di distanza a Castello di Cisterna, mio padre e il suo lavoravano insieme all’Alfasud») e gli inizi nel mondo del calcio, prima all’Usd San Nicola e poi all’Empoli di Silvano Bini: «Il fatto che io fossi in Toscana già da quattro anni — ricorda — per Vincenzo è stato un piccolo vantaggio, i genitori gli hanno permesso di partire a tredici anni con più tranquillità, sapendo che poteva contare anche su di me». Amici, dunque, quasi fratelli (hanno quattro anni di differenza). Le loro strade si dividono agli inizi degli anni Novanta, quando Nicola si trasferisce a Bari in serie A e Vincenzo comincia a fare capolino in prima squadra, in C1. Per poi ricongiungersi l’estate scorsa, con la rivoluzione in casa Fiorentina: «La sua chiamata a Firenze — spiega — mi ha fatto molto piacere, mi ha chiesto di entrare nella sua squadra ed è davvero un grande onore lavorare con lui». In mezzo quasi trent’anni a fare valanghe di gol sui campi di calcio di mezza Italia, da Nord a Sud: Modena, Ancona, Piacenza, Napoli, Atalanta, Como, Genoa per Caccia. Mentre Montella spicca il volo prima con la Samp e poi con la Roma. «L’unico rammarico che ho — afferma — è quello di non essere mai riuscito a giocarci insieme, secondo me avremmo fatto delle ottime cose, eravamo due attaccanti con caratteristiche diverse, che si sarebbero sposate perfettamente». Ma il passato è passato. E oggi conta solo la Fiorentina, che sta raccogliendo i complimenti di tutti per come gioca: «È un gruppo fantastico, in campo si aiutano e danno il massimo. Gran parte del merito va a Vincenzo che è già riuscito a dare la mentalità vincente alla squadra. In casa e fuori bisogna fare sempre gioco, non si butta mai la palla. Ci si prende qualche rischio, ma ne vale la pena. E poi lui è molto preparato, molto pignolo, cura tutti i particolari, non trascura nulla. Non lo conoscevo sotto questo aspetto, per me è stata una sorpresa. In questi mesi di lavoro al suo fianco ho imparato tanto». Nello staff dell’allenatore viola ognuno ha un compito preciso: «Io curo la tecnica, aiuto i ragazzi a migliorarla, gli faccio fare esercizi a fine allenamento, sempre con il pallone tra i piedi, perché quello che conta è saperlo gestire in ogni fase della partita. Il segreto è quello». Nelle riunioni con Montella — sottolinea — «ognuno di noi dà un contributo specifico, senza pestarci i piedi. Simone Montanaro, per esempio, all’inizio della settimana propone un filmato di dieci minuti con tutte le situazioni tattiche più importanti degli avversari, per realizzarlo ci lavora due giorni. Siamo tutti giovani e motivatissimi, vogliamo fare bene e guidare questa Fiorentina in alto». Dove? «Non ci poniamo obiettivi — risponde — in ritiro la società ci ha chiesto di riportare i tifosi allo stadio, di farli divertire e finora ci siamo riusciti. Certo, l’appetito vien mangiando». Soprattutto quando in campo ci va gente come Jovetic («è un campione, ma può diventare ancora più decisivo»), Roncaglia («è quello che ha fatto più progressi dal punto di vista tecnico»), Pizarro («una garanzia per tutti») o Borja Valero: «Lo avevo visto giocare solo in tv con il Villareal — ammette — ma è quello che mi ha impressionato di più, è intelligente, sa quando deve tenere la palla, quando pressare, quando verticalizzare. Complimenti alla società che è riuscito a portarlo a Firenze». Torniamo a Montella. E al suo carattere schivo, riservato: «È sempre stato così, fin da bambino, pubblicamente non riesce a trasmettere le proprie emozioni. In questo siamo molto diversi, a me piace molto di più scherzare, ridere, stare in allegria. Diciamo che tra tutti e due il napoletano vero sono io. Domenica scorsa mi sono venuti i brividi a sentire lo stadio urlare il suo nome, Vincenzo la gioia la tiene dentro, ma è contento, molto contento di come stanno andando le cose». E la Fiat? Castello di Cisterna? «Mio fratello lavora lì e mi racconta che la situazione sta diventando molto difficile. La nostra è una terra martoriata da vari problemi, se quella fabbrica chiude è una iattura. Io ho avuto la fortuna di fare questo lavoro e devo ringraziare i miei genitori che me lo hanno permesso, ma quando torno dai miei e tocco con mano i problemi mi viene un gran senso di tristezza». Infine, gli amici e la vita a Empoli dove tutti gli ex calciatori tornano per viverci: «Perché si sta bene, io abito a Vinci. È tutto a misura d’uomo». E poi ci sono le partite di calcetto, il giovedì sera, alle otto e mezzo (anche se piove o nevica) con tanti vecchi amici: «Ultimamente ci ho portato anche Vincenzo, per farlo distrarre un po’. Ma — sorride — perde sempre e ora pare che non voglia più venire…». Antonio Montanaro twitter: @mappamondo

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Un pezzullino uscito oggi sul Corriere Fiorentino

Vista da laggiù, da Castello di Cisterna — il paesone in provincia di Napoli dove è cresciuto e dove vivono papà e fratelli — l’ascesa di Montella in panchina è come una medaglia da appuntarsi sul petto. E di cui andare orgogliosi. Perché lui, lo scugnizzo diventato in pochi mesi l’allenatore più apprezzato (e corteggiato) della serie A, è figlio di quella terra alle pendici del Vesuvio, popolata da contadini e artigiani diventati operai (prima all’Alfasud poi alla Fiat della vicinissima Pomigliano d’Arco) e da operai nati operai, che ora convivono con la crisi e la cassa integrazione a rotazione. Il padre (Nicola, o zi’ Nicola come lo chiamano in paese) è uno di loro: pensionato dopo più di 30 anni in fabbrica, fermo non riesce proprio a starci e passa il tempo a fare il falegname (pare anche con ottimi risultati). A Vincenzo (e agli altri quattro fratelli) ha trasmesso l’umiltà, la misura nei comportamenti, la chiarezza della parola. Caratteristiche comuni alla gente di quelle parti, abituata ad affrontare difficoltà e privazioni. «Da ragazzino — spiega Lorenzo D’Amato, suo primo allenatore e ora direttore generale dell’Usd San Nicola, una sorta di succursale dell’Empoli in Campania — era già più maturo e determinato dei coetanei, non a caso a tredici anni viveva lontano dai genitori per giocare a calcio. Lui è abituato a lavorare sodo e a far fruttare il lavoro che fa». L’ultima volta che hanno visto Montella a Castello di Cisterna è stato il giorno dopo la sfortunata partita contro il Napoli, agli inizi di settembre. Ma il contatto con amici e parenti è costante: telefona, chiede, si informa. E allora nessuno si stupisce per le parole sulla Fiat («se chiudessero gli stabilimenti di Pomigliano sarebbe un disagio notevole, una cosa devastante, sappiamo quanto è difficile la sopravvivenza lì») né per l’imbarazzo con cui domenica ha accolto i cori di entusiasmo della Fiesole («per come sono fatto io, non riesco spesso a farmi prendere dalle emozioni, ma voglio ringraziare i tifosi»).
«Girando i campi della provincia con le nostre squadre giovanili — fa notare D’Amato — mi chiedono spesso se mi aspettassi da Vincenzo un successo così rapido sulla panchina della Fiorentina, io gli rispondo di sì, perché lui era allenatore già quando faceva l’attaccante». Chi lo conosce bene sa che ai complimenti Montella dà il giusto peso, perché il mondo del calcio è più volubile del clima in una foresta tropicale. E allora — dopo le tre vittorie consecutive e il quarto posto — c’è chi giura che in queste ore stia già con la testa al Milan, la squadra per la quale tifava quando era ragazzino (erano i tempi di Van Basten e Gullit) e che qualcuno vede già nel suo futuro. «Sono sicuro che finirà ad allenare una grandissima squadra. Farà strada, farà tanta strada», pronostica Lorenzo D’Amato. E Firenze si augura che quella strada sia colorata — ancora a lungo — di viola.

Antonio Montanaro

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