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Archive for 16 novembre 2012

La storia di Daniel Kouko, centravanti del FiesoleCaldine, serie D. Insultato sugli spalti e in campo per il colore della sua pelle. Qui l’articolo di Ernesto Poesio sul Corriere Fiorentino che ricostruisce la storia, sotto un mio pezzo sempre sul Corriere Fiorentino sulle prime reazioni nel mondo del calcio.

Come Balotelli, anche per le reazioni che la sua storia provoca. In Toscana, e non solo. Perché il grido di Daniel Kouko, 23 anni, attaccante di origini ivoriane del FiesoleCaldine (serie D) un velo almeno l’ha squarciato. Quello dell’indifferenza (e dell’omertà) verso gesti di razzismo che, nella loro ordinarietà, fanno più male di un calcione negli stinchi. «Così non mi diverto più, c0sì smetto di giocare», ha detto più volte Daniel alla fine di partite, dove gli insulti degli avversari e quelli dagli spalti gli hanno fatto saltare nervi (cinque cartellini gialli e due rossi in 11 giornate) e certezze. «L’ho fatto presente all’arbitro, ma lui nemmeno mi ha ascoltato». Per ora l’incoraggiamento dell’allenatore (l’ex viola Stefano Carobbi), dei compagni e della società gli ha dato la forza per continuare a indossare calzoncini e scarpini. Ma se dovesse succedere ancora? «Sospendere le partite — risponde Fabio Bresci, presidente toscano della Figc-Lega Nazionale Dilettanti — servirebbe solo a dare importanza a quegli idioti che si rendono protagonisti di questi gesti assurdi, significherebbe dargliela vinta. Invece con la collaborazione degli arbitri e delle società, si può fare molto di più». Per le offese di stampo razziale, infatti, sono previste multe dai 500 ai 4.000 euro a carico di società che, spesso, a stento riescono a trovare i soldi per comprare le divise. Per Bresci una relazione dettagliata degli arbitri («senza la quale nessun provvedimento è possibile») unita alla necessità dei piccoli club di non vedersi rosicchiare il bilancio da sanzioni continue può far cadere il muro di omertà che alimenta storie come quella di Daniel Kouko. Mano dura, dunque. Ma con la collaborazione di tutti. Dirigenti in primis, «che dovrebbero segnalare i protagonisti degli insulti razzisti sugli spati in modo da avviare le procedure per i Daspo. Solo con l’intervento della giustizia penale, infatti, questi signori possono essere messi a tacere». E per quello che succede in campo? «Lì — sottolinea Renzo Ulivieri, presidente dell’associazione allenatori italiani — ci sono gli arbitri e prendere una decisione giusta in questi casi è molto più importante che fischiare un calcio di rigore o un fuorigioco». «Però — continua — per superare casi gravi come quello del ragazzo del FiesoleCaldine c’è bisogno anche dell’intervento dei compagni di squadra di chi commette gesti razzisti. Li devono isolare, non con violenza, magari tirandogli le orecchie e facendogli capire che stanno facendo una grande cazzata. È una questione culturale, nel calcio come nella vita, questa gente a volte non si rende nemmeno conto di quello che fa, della gravità di certi gesti». Sul ruolo degli arbitri preferisce, invece, non intervenire Stefano Braschi, che ogni domenica decide quale fischietto mandare sui campi di serie A. «Non conosco i dettagli della vicenda — spiega — quindi non mi esprimo sulle scelte da prendere o meno. Gli insulti e i “buuu” però sono una cosa disgustosa, perciò esprimo tutta la mia solidarietà a questo ragazzo. Sinceramente non so se si tratta di razzismo, di idiozia o di sottocultura. Io ho adottato tre bambini sudamericani e mi fa male constatare che ci sono ancora tanti imbecilli a giro, sui campi di calcio e fuori». Un confine, quello tra razzismo e imbecilità, certamente molto sottile. Ma che non può far diventare più «digeribile» la vicenda di Daniel.
Antonio Montanaro

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Una chiacchierata con il giovane scrittore Giovanni Montanaro, vincitore del premio Fiesole under 40 uscita oggi sul Corriere Fiorentino

La copertina di Tutti i colori del mondo

Premessa: Giovanni Montanaro, autore di Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), vincitore del premio Fiesole under 40 e nella cinquina dell’ultimo Campiello (andato poi a Carmine Abate per La collina del vento) e chi scrive, pur avendo lo stesso cognome, non sono parenti. O almeno se dovessero scoprire di esserlo, non ne erano a conoscenza fino a qualche giorno fa. Perché dietro l’accento veneziano di questo ragazzo di 29 anni, di professione avvocato («almeno per ora, poi si vedrà…») e tra i giovani scrittori italiani più talentuosi, ci sono radici campane («la famiglia di mio nonno vive tra Nola e Maddaloni»). Lunghi viaggi, immagini sfocate, racconti dal passato eppur attuali. Come quelli che segnano le 130 pagine di un libro intenso e commovente. «È stato un lavoro lungo, durato quattro anni tra ricerche e attesa che la storia prendesse forma». Tutto nasce dalla scoperta del «paese dei matti», che esiste davvero, in Belgio, nella regione delle Fiandre. «Un giorno ho chiesto a un mio amico fotografo che ha girato il mondo qual è il posto più straordinario che avesse mai visto, mi ha risposto Gheel e mi sono subito incuriosito». I pazzi che vivono nella più grande comunità psichiatrica aperta del mondo (ogni famiglia ne ospita almeno uno, e da secoli) non sono però gli unici protagonisti. «La mia personale, quasi letteraria passione per questo luogo, si intreccia con la figura di Van Gogh e con il personaggio di Teresa Senzasogni, che è arrivata per ultima, scoperta nel pozzo di storie che è Gheel». C’è un periodo della vita del pittore olandese (dal 14 agosto 1879 al 22 giugno 1880) di cui si sa molto poco se non che facesse delle lunghe escursioni in Belgio. Di certo non aveva ancora cominciato a dipingere (aveva 27 anni, comincerà a farlo con costanza dai 30 e fino ai 37, quando morirà). «Mi ha sorpreso che i biografi non fossero incuriositi dal miracolo che lo ha trasformato in un pittore, senza accademie e senza maestri». E allora ecco la domanda chiave su cui si muove tutto il racconto, scritto sotto forma di lettera: chi ha portato i colori a Van Gogh? «L’idea è che li abbia trovati a Gheel, da dove è passato: in quello che per tutti è stato un momento di grande buio della sua vita lui ha scoperto il colore, grazie soprattutto a Teresa». E già, Teresa. Un personaggio (il cui segreto si scoprirà solo nelle ultime pagine) che emoziona e stupisce: «La cosa di cui vado più fiero di questo lavoro è che non si sviluppa per tesi, è un libro che a me è costato moltissimo perché Teresa ha messo in crisi anche me, ha messo in crisi la mia morbosità, la mia voglia di separare, la mia umana necessità di distinguere quello che è normale da quello che non lo è. Allo stesso tempo però Teresa mi ha fatto fare un esercizio di semplificazione, lo stesso che fa fare a Van Gogh, che ha un carattere complesso, involuto e lei gli dice le cose più semplici, gli fa capire che tutto ha un colore». L’umanità che gira intorno ai due protagonisti a volte fa sorridere altre è come uno spillo infilato nella carne viva. E a tratti ricorda le suggestioni di Agota Kristóf: «È la prima volta che me lo fanno notare, in effetti quando ho cominciato a scrivere avevo appena finito di leggere Ieri, che è una storia meravigliosa». Ma Giovanni Montanaro cosa vede nel suo futuro? «Innanzitutto voglio andare, insieme con il mio editore, a visitare Gheel, che ho conosciuto solo attraverso articoli e documenti. Poi ho già in testa altre storie, che però devono ancora svilupparsi». Dolorose come quella di Teresa e Van Gogh? «Vede, la generazione di scrittori intorno ai cinquant’anni, compreso Tiziano Scarpa che all’inizio ha letto le mie cose e mi ha dato consigli utilissimi, aveva una gioia di vivere molto post anni Ottanta, un po’ cazzona. Nella mia generazione invece si avverte più la sofferenza e l’incertezza, per cui si cercano percorsi minimali nella scrittura, percorsi di sensi. Molto umani».

Antonio Montanaro

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