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Archive for 5 maggio 2012

Un mio articolo pubblicato sul Corriere Fiorentino del 4 maggio 2012

Il ragazzino-calciatore: applauso, pollice verso in segno di sfida e parole indecifrabili, probabilmente pronunciate nella sua lingua (il serbo). L’allenatore-professore: indice puntato, urla e tuffo, goffo, nel fosso della panchina. Per uno, due, tre, quattro tra schiaffi e pugni. Intorno facce incredule e il tentativo di frenare una rabbia improvvisa, esplosa da chissà quale labirinto della mente di quello che, per tutti, è «un uomo perbene» (come se loro, gli «uomini perbene», fossero stati programmati per rimanere immuni vita natural durante dall’umana rabbiosa violenza).
Venti interminabili secondi che vanno dritti dritti alla pancia dello spettatore iperconnesso, quello che mentre è davanti alla tv (o, perché no, allo stadio) commenta su Facebook, rilancia su YouTube, cinguetta su Twitter. Venti secondi che, al ralenti, fotogramma dopo fotogramma, entrano nella coscienza deframmentata del cyber-tele-popolo, scatenando reazioni a volte istintive, a volte più ragionate. Una dopo dopo l’altra, in un fiume di byte e parole che — dalle 21 e 18 di un mercoledì sera di inizio maggio — inonda la Rete, e non solo.  È tutto un fiorire di fazioni, partiti, sottolineature, spigolature, filosofeggiamenti. Così mentre su Facebook la consigliera comunale del Pd, pur confessando di non occuparsi di calcio dai tempi della prima comunione, sottolinea che sta con Delio perché «a volte a qualche giovane arrogante è necessario dare una calmata», nel bar del centro, il professionista giacca e cravatta se la prende con chi «permette a un ragazzetto di neanche venti anni di comprarsi la Porsche e fare quello che vuole, senza un controllo, senza una guida». È un intreccio di pro e contro, di su e giù, di ma e senza ma. C’è addirittura — è il caso del giornalista de Linkiesta Massimiliano Gallo — chi osanna Delio perché «finalmente un allenatore picchia un calciatore sostituito che protesta». E argomenta: «Perdonatemi, sarà diseducativo ma è stata una scena semplicemente fantastica. Un episodio che a mia memoria non ha precedenti e proietta Delio Rossi nel mio personalissimo Olimpo». Punti di vista, certo. Che, per fortuna, accendono anche la parte più divertente di Internet. Con fotomontaggi per ogni uso e microcomunità: la faccia dell’ex allenatore viola viene sostituita a quella di Brad Pitt nella locandina del film «Fight club», a quella di Rocky Balboa, a quella di un calciante portato in trionfo o a quella di Valentino Rossi mentre fa impennare la sua moto numero 46. Sui vetri del «Let’s go bar» di Poggibonsi i proprietari lasciano (e pubblicano su Facebook) la scritta in giallo forforescente: «Caro Delio Rossi, qua per te caffè gratis a vita».
Piuttosto, però, in questo momento al tecnico romagnolo servirebbe una camomilla. Perché se è vero che, pure solo per un attimo, in molti si identificano nella sua reazione da novello Primo Carnera, è certo anche che quella sequenza cliccata milioni di volte su YouTube e ritrasmessa a ripetizione dalle televisioni di tutto il mondo, fa vacillare le certezze di un pubblico forse abituato a vedere tali scene di vulcanica violenza, ma nel chiuso di una casa, di un ufficio, di uno spogliatoio (prima o dopo la partita). È la diretta tv che fa la differenza, il sentirsi partecipi di un evento e liberi di poter stare da una parte o dall’altra: «Tanto lo hanno visto tutti». E allora dall’assessore di Palazzo Vecchio («Delio Rossi è una persona perbene che ha sbagliato. L’altro è un immaturo, viziato e che non merita rispetto. Speriamo che tutto finisca presto») allo studente universitario («Aldilà del gesto davanti alle telecamere, ingenuo per un uomo della sua esperienza, tutto questo buonismo postumo mi fa solo ridere. Tutti avrebbero voluto prendere a zuppe Ljajic in quel momento. Io sto con Delio, uomo vero in un mondo di falsi e chiacchieroni») ognuno affida alla grande bacheca del web un pensiero, un’opinione, una giustificazione.
Siamo tutti Delio Rossi, dunque? Chissà. Alzi la mano chi non ha mai avuto uno scatto d’ira incontrollata. Ma c’è anche un ruolo da rispettare. Proprio per questo, per esempio, Roberto Mancini di fronte alle plateali intemperanze di un ragazzo ancora più terribile di Ljajic (Balotelli), ha sempre reazioni dure, ma allo stesso tempo composte. Almeno in pubblico. Il professore di Forlimpopoli, invece, si è trovato di fronte a una classe talmente indisciplinata da non riuscire a gestirla. Dal punto di vista tecnico, ma — a questo punto — soprattutto caratteriale. Non si spiegano altrimenti tutti gli episodi di strafottenza e di piccole-grandi sfide irriverenti di cui altri calciatori viola si sono resi protagonisti in questa sciagurata annata. Serve a poco, dunque, segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi: nei gruppi, da sempre, le alchimie si creano quando ci sono leadership risconosciute. Evidentemente nella Fiorentina — e da almeno due anni — non ce ne sono. Né in panchina, né in campo. E allora, ha ragione il fiorentinissimo Leonardo Pieraccioni quando dice che «Rossi ha sbagliato, perché non doveva dare i pugni o i cazzotti ma i babbuccioni sì, come si dicono a Firenze i coppinì tra capo e collo». E a meritarseli non sono solo «tanti giocatori della Fiorentina ma anche quelli di altre squadre e tanti tifosi che ultimamente, non si capisce come mai, chiedono di far levare le maglie e quelli se le levano, interloquiscono con capitani delle squadra come se fossero cugini». È il declino del calcio, quello che sta diventando sempre più un unico, grande, psicodramma globale.

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Un mio articolo sul Corriere Fiorentino di oggi

Un prof esasperato da una classe che risponde alle sue lezioni con le palline di carta.È probabilmente l’immagine che meglio fotografa lo stato d’animo di Delio Rossi nelle sue ultime ore in viola (prima, ma anche dopo il fattaccio di mercoledì sera). D’altronde lui quel gruppo se l’è ritrovato, non l’ha potuto formare. E forse nemmeno immaginava che avrebbe avuto di fronte una decina di Gian Burrasca del pallone, per nulla intenzionati a sgobbare su schemi, posizioni da rispettare, verticalizzazioni, lunghe sedute di tattica. Ieri nella conferenza stampa di scuse (condite da qualche detto e non detto di troppo) ha sottolineato i suoi inizi «ad allenare i bambini per portarli via dalle strade, i giovani, gli operai nei polverosi campi di periferia». Una funzione pedagogica dell’allenatore che, evidentemente, il black out di follia gli ha fatto dimenticare. Ma non si può giustificare tutto con la perdita (si spera momentanea) di senno. In fondo, un professore davanti a una classe di studenti indisciplinati ha poche scelte: o fa finta di nulla e si becca le palline di carta o va dal preside per chiedere provvedimenti disciplinari o decide di alzare bandiera bianca. Delio ha insistito, con tenacia e orgoglio, forte delle sue esperienze che in passato lo hanno portato ad essere molto apprezzato da calciatori, presidenti e (soprattutto) tifoserie. «Tanto prima o poi li convinco che se fanno come dico io è meglio», avrà pensato quando Jovetic, Cerci, Ljajic, Vargas, Kharja — tanto per citarne qualcuno — sbuffavano all’ennesimo richiamo. Con il Foggia, la Salernitana, il Pescara, la Lazio, il Palermo ha funzionato. Qui no. Il fatto è che nel calcio dei massimi profitti (in campo e nei conti in banca) con i giocatori quello che andava bene un anno fa può risultare inefficace oggi. E gli allenatori-maestro come Rossi trovano sempre più difficoltà. Soprattutto quando si trovano a dover rinunciare a una parte consistente della loro filosofia di gioco (e di vita). Oggi a chi sta in panchina viene chiesto di saper gestire un gruppo, di motivarlo e di portarlo a raggiungere subito livelli di rendimento altissimi. Di tempo per insegnare ce n’è poco con tre partite a settimana. Vince chi ha più campioni in squadra e riesce a ridurre al minimo i capricci e lo stress emotivo di giovani bellimbusti che per lavoro — molto ben pagato — devono indossare maglietta, pantaloncini e scarpini. Rossi a Firenze non ha perso solo la panchina, ma anche una sfida tutta personale. E lo ha fatto nel peggiore dei modi, con una scarica di pugni contro quel ragazzino serbo che, lui più di tutti, stava tentando di far uscire dal torpore di un’illusione: quella che ti fa sentire un campione solo perché riesci a saltare l’avversario — e neanche sempre — con un dribbling.

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