E’ un periodo un po’ così. Sarà l’autunno sardo, così poco autunno rispetto ai colori che sono abituato a vedere. In autunno. Sarà la voglia di scappare via, dal sonno di una ragione. Che non c’è. O che almeno non ho trovato ancora. Sarà tutto questo. Forse. Intanto, sotto la mia tastiera passano notizie che mi portano alla mente periodi del passato. Notizie di lutti, certo. Ma legate a persone che hanno sempre regalato un sorriso al mio umore. Perché se penso al barone ricordo la passione fanciulla per il Milan della stella prima (avevo sette anni), per lo scudetto di Falcao e della Roma di Dino Viola poi. Cominciavo ad appassionarmi al calcio e oltre alle influenze paterne mi guidava lo stile sobrio di questo svedese dalle poche (ed efficaci) parole. Che vedevo in tv a Novantesimo minuto o alla Domenica sportiva, intervistato da Zuccalà o da un Maffei dagli occhialoni in osso. La zona di Liedholm è stata, col passare degli anni, un’applicazione di vita: possesso palla, geometria e fantasia applicata al gioco. Ma c’è un altro chiodo che tiene fermo il quadro di quel periodo della mia vita: Tutto il calcio minuto per minuto. E la voce di Roberto Bortoluzzi. L’ho risentita qualche notte fa, in un servizio del Tg1. Mi sono venuti i brividi. Anche ad ascoltare i nomi di altre voci che non ci sono più: Enrico Ameri e Sandro Ciotti. E’ il suono di domeniche pomeriggio trascorse ad aspettare un gol da appuntare sulla schedina non giocata. Perché quella col bollino del Totocalcio era gelosamente custodita in tasca. Per scaramanzia. Mai fatto 13, manco 12. Al massimo un 10. Ma ogni settimana ero lì, con la radiolina sintonizzata sui 94.1 MhZ, ad immaginare l’azione del gol che avrei poi visto, assieme al faccione di Paolo Valenti, qualche ora più tardi. Forse l’amore che continuo ad avere per questo calcio tutto Sky e starlette è annaffiato proprio dal sentimento di quegli anni. Infine, un’altra delle mie passioni (forse l’unica, vera): il giornalismo. Ho sempre visto Enzo Biagi come una sorta di nonno buono, dal quale carpire consigli. Forse perché per me resta un giornalista televisivo. Ai suoi scritti ho sempre preferito quelli di Luigi Pintor. Due culture diverse, ma entrambe figlie del Novecento. E della Resistenza. Di un’Italia sicuramente più ricca di tensioni ideali e di vivacità intellettuale. Nel diluvio di trasmissioni dell’altra sera mi ha colpito un passaggio di un’intervista a Biagi fatta da Clemente Mimun. Parlava delle difficoltà del mestiere del giornalista, a partire dalla necessità di saper gestire la solitudine. Che non è condizione fisica (almeno non solo), ma mentale. Che spesso ti aiuta ad avere uno sguardo più lucido sui fatti da raccontare. Lo sguardo del giornalista libero, quello di Biagi. E di pochi altri come lui.




