Un mio pezzullo uscito oggi sui quotidiani E polis
Un Grundig 14 pollici in bianco e nero sintonizzato sui canali Rai (i network televisivi privati cominciano allora a muovere i primi passi). In cucina rimbombano le voci di Piero Badaloni, Maurizio Vallone, Emilio Fede, Massimo Valentini. Da colazione a cena. Per 18, lunghissime, ore. Inizio estate (o fine primavera) di ventisei anni fa. Scuola finita, finalmente è possibile scorrazzare in bici tra le stradine sterrate di un paesino di provincia. A dieci anni è il massimo. Ma quel 12 giugno 1981 c’è poca voglia di uscire di casa. «Un bambino di sei anni è caduto ieri sera in un pozzo artesiano». La scatola in plastica bianca mostra un folto gruppo di persone che si agita attorno a un fossato. C’è una trivella. I volti sono tesi, preoccupati. Anche in cucina. «I vigili del fuoco stanno cercando di salvare la vita al piccolo Alfredino Rampi». Vermicino, Frascati. Sull’Appia antica. È da lì che arrivano le immagini. Dai bordi di un pozzo artesiano largo 30 centimetri e lungo 80 metri, nelle campagne della piccola frazione tra i Castelli romani. Alfredino ci è precipitato verso le 19 di due giorni prima. L’Italia si ritrova così a reti unificate. In diretta. Un’esperienza mai provata prima. «Hanno preso la decisione di scavare un tunnel parallelo», urlano dai microfoni. Lui è lì in fondo, forse a una trentina di metri. I tecnici della Rai calano un microfono per far arrivare la sua voce, per farlo parlare con la mamma e il papà. Per non farlo sentire solo tra le viscere gelate della terra. Ma i lamenti di Alfredino giungono sempre più flebili. E l’agitazione sale. A Vermicino come in cucina, dove continuano ad arrivare volti e notizie in bianco e nero. Nella notte – raccontano – hanno tentato di calare una tavoletta per permettere al piccolo di aggrapparsi, ma si è bloccata prima. Forse a 20 metri. È un continuo susseguirsi di calcoli, misure, centimetri, possibilità. A dieci anni è dura starci dietro. Due speleologi provano a farsi guidare con una corda nel fosso, ma i tentativi vanno a vuoto. «Il capo dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli ha preso la decisione di scavare un tunnel parallelo per salvare Alfredino». Si riaccendono le speranze. Tra la folla spuntano anche gli occhiali spessi e la pipa del presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Abbraccia i genitori, Ferdinando e Franca. Incoraggia i soccorritori. È quasi ora di cena. In cucina si prepara da mangiare. Quattro piatti e gli occhi ancora fissi sullo schermo a 14 pollici. L’edizione straordinaria del Tg continua. I conduttori si danno il cambio, nell’attesa della buona novella. Niente. Non arriva. La soluzione della trivella non può funzionare. Tocca agli speleologi. Uno, due, tre persone tentano l’impresa. Niente. Oramai è notte fonda. A dieci anni si va a dormire presto. Con la speranza di ritornare in cucina e vedere la faccia sorridente di Alfredino che esce dal buco nero che l’ha inghiottito. Il 13 giugno 1981 è sabato. Al risveglio il Grundig è spento. La cucina avvolta nel silenzio. «È morto». L’edizione straordinaria è terminata qualche ora prima. Con un volontario, Donato Caruso, che, risalendo dal buio, conferma che Alfredino non respira più. Stop. Riflettori spenti. Tra le lacrime. Di 21 milioni di italiani. E di un bimbo di 10 anni.





ma sei tornato! Benritrovato!
Quanto piansi, Anto’.
Stavo a Pisa, all’ Università, in un pensionato gestito da salesiane. Fui l’ultima ad allontanarmi dalla sala comune della televisione, e già non c’erano più speranze. Con un groppo in gola e un senso di irreparabile che mi era nuovo: perché i film alla televisione finiscono bene. Ma quello non era un film
Ero a casa, avevo forse 14-15 anni, quando mi sono imbattuto in questo programma; era ora di cena…ma mia mamma non presto attenzione ai dettagli della cena che a casa mia era un rito..fece le cose distrattamente..con gli occhi e le orecchie puntate su quel maledetto televisore…restai fino a notte fonda davanti alla televisione seguendo tutte le fasi..mollai poco prima che venisse data la notizia..ricordo il tentativo dello speleologo quando diceva di averlo preso e che gli scivolava ogni volta per la presenza del fango..adesso non ricordo se lui arrivo con le sue mani ad afferrare Alfredino o pittosto tentò con un qualcosa di agganciarlo da una quota più alta…posso solo dirvi che non capivo come si potesse morire a 10 anni ed in quel modo assurdo…oggi sono papà di 3 bambini, 10, 9, 7 anni…ma quell’interrogativo mi è rimasto…ho sperato nel miracolo fino all’ultimo contro ogni ragionevole dubbio..continuavo a ripetermi che non era possibile..ci doveva essere il modo.. eppure finì tristemente come tutti sappiamo…ancora oggi non riesco a fare il diminuitivo del nome Alfredo pur avendo un cognato ed un collega che si chiamano tali…come dire…i giorni successivi non sono mai più stati come quelli precedenti!!
Ho 30 anni e quando è successo ne avevo 3…eppure mi ricordo le immagini nitide e chiare come se fosse successo ieri..Alfredino è rimasto nel mio cuore e davvero spesso mi capita di pensare a quel bimbo inghiottito da quel pozzo freddo e buio…Alfredino sei spesso nei miei pensieri..
Emanuela
io non ho il ricordo di quei giorni, di quella edizione straordinaria continua…non ero ancora nata…ma mi è stata raccontata la storia da mia madre.C’era una volta un piccolo bambino di nome alfredo: era un bimbo felice con una bella famiglia ma un pomeriggio mentre giocava, un brutto pozzo buio e freddo,geloso di così tanta bellezza e purezza lo inghiottì e lo tolse dalle braccia della mamma e del papà….Caro alfredino in questo caso ha vinto il pozzo ma tu resterai sempre nel cuore di tutti….
Avevo 7 anni e seguivo la vicenda in tv con mia madre che aveva gli uocchi umidi….
Ricordo in particolare un nano che spiegava come avrebbe fatto a tirare fuori il piccino,passando x una altro pozzo che era stato scavato apposta.POi ascoltavo la madre,alla quale il bambino aveva chiesto un succo di frutta.
Mi domandavo come mai non l’avessero ancora fatto uscire,perche’ la mia mente di bambina non capiva tutte le complicazioni del caso: per me era semplice,bastava che un uomo forte allungasse il braccio all’interno del buco (io lo chiamavo cosi’ il pozzo),e sollevasse il piccino.Il giorno dopo i miei mi dissero che il bambino era morto e dopo poco non ci pensai piu’; ricominciai a giocare,correre e urlare come gli altri bimbi.
Negli anni futuri c’ho ripensato spesso ed e’ lunico fatto di cronaca nera che di quegli anni,mi sia rimasto impresso; di altre cose,ho ricordi vaghi e offuscati.
Avevo 5 anni allora quando successe la tragedia, ero ricoverato al Bambino Gesù di Roma. A quell’età ero ben consapevole di ciò che stava accadendo e lo vedevo attraverso la diretta in tv in bianco e nero. Spesso chiedevo alla mia mamma se Alfredino era salvo, e lei disse che ci voleva molta pazienza, e ricordo che nel frattempo della diretta disegnavo su dei fogli un lungo pozzo con Alfredino sotto ed io che scendevo aggrappato ad una lunga corda per raggiungerlo a salvare. Che momento!
Io sono molto piccola ho 9 anni,ma,oggi il mio maestro mi ha spiegato cosa è successo.Mi ha raccontato che si è rotto il polso perchè l’uomo che lo voleva tirare su,lo strinse così forte che glielo ruppe.La mia mamma mi ha detto che se lo ricorda, hanno pianto molti italiani!(anche lei).
buongiorno mi ricordo benissimo di alfredino che io avevo quasi 13 anni non mi dimentico mai poi infine avevo quasi 19 anni coi amici siamo andati a vedere il pozzo di alfredino con la croce di cemento e mio amico mi raccontava tutto la sua storia
io avevo 30 anni e sono stato giorno e notte incollato alla fv sperando che lo salvassero, ho scritto questa poesia in suo ricordo.
…e dell’imbragatura trovata attorno al corpo? Perché non è stato detto più nulla?
Povero angelo….